Il petrolio scende dai massimi triennali e ora deve fare bene i conti con l’America

Il petrolio scende dai 70 dollari, picco massimo da 3 anni a questa parte. Prima di immaginare una risalita ancora maggiore, bisogna guardare bene a cosa accade in America.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il petrolio scende dai 70 dollari, picco massimo da 3 anni a questa parte. Prima di immaginare una risalita ancora maggiore, bisogna guardare bene a cosa accade in America.

Si fa presto a parlare di rincaro del petrolio, anche se la risalita delle quotazioni a 70 dollari al barile, la scorsa settimana, lo sta facendo pensare a molti. Il Brent è sceso sotto i 69 dollari venerdì e il Wti americano si è attestato a poco sopra i 63 dollari al barile, arretrando dai massimi degli ultimi 3 anni, toccati nelle sedute precedenti. Il bilancio annuale è molto più che positivo con un +23% e +17% rispettivamente registrato. Il 2018 appare un anno positivo per il mercato petrolifero per diverse ragioni: la ripresa dell’economia globale accelera e dovrebbe sostenere la domanda di energia, mentre la produzione OPEC e di una decina di altri paesi esterni, tra cui la Russia, è vincolata ai livelli di 15 mesi fa, rispetto ai quali dovrà restare 1,8 milioni di barili al giorno più bassa fino a tutto l’anno in corso. (Leggi anche: Il petrolio a 70 dollari ha dinnanzi a sé grandi sfide, ecco quali)

Tra i grandi produttori, quindi, restano con le mani libere solo gli USA, che nella prima settimana dell’anno hanno visto arretrare la produzione a 9,49 milioni di barili al giorno dai 9,75 dell’ultima settimana del 2017. Ma Il Dipartimento dell’Energia di Washington stima che entro febbraio, le estrazioni saliranno a una media quotidiana di 10 milioni di barili e che entro il 2019 arriveranno a 11 milioni. Come temuto da sauditi e russi, il loro accordo per ravvivare le quotazioni internazionali sta realizzandosi a beneficio delle compagnie americane, che possono approfittare di prezzi più alti per maturare fatturato e utili, strappando loro quote di mercato, specie in Asia.

La vera pessima notizia per Riad e Mosca, però, potrebbe nemmeno essere questa. Ad oggi, gli analisti seguono un dato, tra gli altri, per monitorare l’andamento attuale e a breve delle estrazioni sul territorio americano, ovvero quello relativo agli impianti di perforazione attivi (“oil rigs count”). Il loro apice si raggiunse nell’ottobre del 2014, quando superarono le 1.600 unità. Guarda caso, man mano che le quotazioni sono crollate, il numero di tali impianti ha seguito a ruota, scendendo fino a un minimo di 316 alla fine di maggio del 2016. Da lì, la risalita, anche stavolta insieme ai prezzi.

Le compagnie americane possono sorridere

Attenzione, però, perché l’ultimo dato disponibile non è minimamente comparabile con quello record di oltre tre anni fa, nonostante le quotazioni di allora fossero ormai sostanzialmente in linea con quelle attuali: gli impianti estrattivi attivi sono risaliti a 742 unità, pari al 46% dei massimi toccati 39 mesi fa, mentre il Wti scambia sul mercato a circa il 90% rispetto ad allora e viene estratto per circa mezzo milione di barili al giorno in più. Oggi come oggi, a 2.500 metri di profondità, un pozzo negli USA si mostra più largo mediamente del 50% rispetto a 3 anni fa e ciascun impianto di estrazione può trivellare fino a 25 pozzi all’anno contro i 15 di appena 2 anni fa, secondo Drillinginfo e IHS Markit.

Cosa significherebbe tutto ciò? Le compagnie americane stanno producendo di più, sostanzialmente a parità di prezzo, con molti meno impianti, ciascuno dei quali perfora quasi il doppio dei pozzi di qualche anno fa. In altre parole, stanno estraendo più greggio da ciascun impianto, ovvero si mostrano molto più efficienti rispetto a poco tempo fa. Questo in economia ha implicazioni dirompenti, perché segnala costi di estrazione più bassi, nonché la conseguente capacità delle compagnie a stelle e strisce di continuare a produrre a quotazioni internazionali minori, restando remunerative. Ormai, il costo medio di estrazione negli USA si aggirerebbe sui 40-45 dollari al barile, un livello nettamente superiore ai pochi dollari dell’Arabia Saudita, la quale, però, vincola gli incassi della sua compagnia petrolifera statale Aramco a finanziare ancora oggi i due terzi delle entrate statali. E così, i sauditi continuano a necessitare di quotazioni sopra 70 dollari al barile per non soccombere nel lungo periodo sul piano finanziario, mentre agli americani va già di lusso così.

Questi numeri saranno ben più importanti tra un anno, quando l’accordo OPEC cesserà di esistere dopo oltre due anni e a quel punto, pur gradualmente, ciascuno tornerà a produrre dentro e fuori il cartello quanto vorrà, sulla base delle condizioni del mercato. Se le quotazioni scendessero – poniamo – a 60 dollari, sarebbe un guaio per i partecipanti all’attuale accordo, mentre le compagnie americane potrebbero continuare a pompare greggio dai pozzi e a battere utili, conquistando nuove fette di mercato ai danni dei colossi rivali come Aramco e Rosneft. In previsione di ciò, appare difficile pensare che le principali economie produttrici vogliano arrivare alla fine dell’anno continuando a cedere terreno alla potenza americana, che nel frattempo con Donald Trump alla Casa Bianca dispensa autorizzazioni per trivellare in lungo e in largo i siti off-shore. C’è tutta l’aria di una competizione solo agli inizi tra USA, Russia e Arabia Saudita, cosa che lascia immaginare un trend non così linearmente positivo per le quotazioni. (Leggi anche: Petrolio ai massimi da metà 2015 e gli USA rubano mercati)

 

 

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Argomenti: Economia USA, Petrolio, quotazioni petrolio

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