La più grande compagnia petrolifera al mondo si quoterà in 2-3 borse

I sauditi quoteranno la loro compagnia petrolifera statale l'anno prossimo e cercano 2-3 borse per raccogliere almeno 100 miliardi di dollari. Intanto, i rapporti tra il regno e la presidenza Trump appaiono buoni, ma nel conflitto tra interessi.

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I sauditi quoteranno la loro compagnia petrolifera statale l'anno prossimo e cercano 2-3 borse per raccogliere almeno 100 miliardi di dollari. Intanto, i rapporti tra il regno e la presidenza Trump appaiono buoni, ma nel conflitto tra interessi.

La più grande IPO di sempre avverrà nel 2018. La conferma è arrivata dal governo saudita, che ha ribadito l’impegno a quotare la compagnia petrolifera statale, Aramco, l’anno prossimo. Sul mercato sarà collocato il 5%, che dovrebbero fare incassare a Riad non meno di 100 miliardi di dollari, considerando che la valutazione dell’intero asset si aggira sui 2.000 miliardi. Aramco detiene 265 miliardi di barili di riserve di petrolio, il 15% di quelle dell’intero pianeta.

Poiché si tratta di uno sbarco dai numeri stratosferici e senza precedenti, il ministro del Petrolio saudita, Khalid al-Falih, ha dichiarato che l’IPO potrebbe essere realizzata in 2-3 borse. In pole position vi sarebbero, a nostro avviso, Wall Street, Londra e Hong Kong, sia per ragioni di dimensioni e di liquidità di questi mercati, sia perché consentirebbero alla compagnia di diversificare geograficamente il collocamento, puntando su America, Europa e Asia.

Al fine di rendere appetibile le azioni Aramco, il governo ha annunciato l’intenzione di abbassare l’imposta sugli utili dell’85%, che ad oggi consente al bilancio statale saudita di finanziare i due terzi della spesa pubblica. In cambio, viene introdotta l’IVA al 5% sui beni di consumo, ponendo fine alla società “esentasse”. (Leggi anche: Arabia Saudita annuncia il possibile affare del secolo da migliaia di miliardi)

Positiva la politica energetica di Trump per i sauditi

I sauditi valutano le prime mosse dell’amministrazione Trump, ma non segnalano alcun nervosismo, nonostante il presidente USA abbia chiarito di volere ridurre la dipendenza energetica americana e prima dell’insediamento avesse persino minacciato l’embargo contro le importazioni da Riad, qualora questa non collaborasse sulla lotta al terrorismo islamico. Il recente divieto all’ingresso negli USA di cittadini provenienti da sette stati a maggioranza islamica ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale, però, non sta riguardato l’Arabia Saudita, segno che Washington punterebbe a relazioni diplomatiche positive con il regno.

E il ministro al-Falih ha giudicato nei giorni scorsi “positiva” la politica energetica ventilata da Trump, sostenendo che non sarebbe un pericolo la volontà del nuovo presidente di aumentare la produzione petrolifera nazionale, “fino a quando la sua crescita resta in linea con la domanda globale”, aggiungendo che gli stessi sauditi potrebbero aumentare gli investimenti negli USA, attraverso gli assets qui detenuti.

(Leggi anche: Perché i sauditi si sono decisi a tagliare l’offerta di petrolio)

Sforzi OPEC rischiano di andare delusi dagli USA

Gli USA importano dai 14 membri dell’OPEC circa 3 milioni di barili al giorno di greggio, di cui uno proprio dai sauditi. A dicembre, si sono confermati terzi produttori globali con 9 milioni di barili al giorno, dietro ai 10,48 milioni di Riad e agli oltre 11 milioni di Mosca. Il rally delle quotazioni petrolifere da metà novembre scorso (+27,5% per il Brent e +23,5% per il Wti), conseguenza dell’accordo OPEC per tagliare la produzione giornaliera di 1,2 milioni di barili, a cui hanno aderito altri 11 paesi, tra cui la Russia, per complessivi altri 540.000 barili al giorno, sta sostenendo la ripresa delle estrazioni in America, dove aumenta anche il numero dei pozzi riattivati, un segnale che i sauditi monitorano con attenzione, essendo l’industria dello “shale” il loro più temibile concorrente. (Leggi anche: Petrolio USA, perché sforzi OPEC potrebbero essere inutili)

 

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