IPO Aramco rinviata e solo a Riad? Così niente petrolio saudita a Wall Street e alla City

L'IPO di Aramco potrebbe non arrivare quest'anno e nemmeno avvenire in una borsa straniera. Adesso, l'Arabia Saudita punta a lanciare la Borsa di Riad.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'IPO di Aramco potrebbe non arrivare quest'anno e nemmeno avvenire in una borsa straniera. Adesso, l'Arabia Saudita punta a lanciare la Borsa di Riad.

Doveva essere l’anno della più grande IPO della storia, ma la quotazione di Aramco si allontana. La compagnia petrolifera statale dell’Arabia Saudita non sarebbe in grado di sbarcare in borsa già nella seconda metà del 2018, tanto che il Financial Times ha pubblicato un articolo sabato scorso, in cui sostiene che la cessione del 5% del capitale sul mercato dovrebbe avvenire ormai nel 2019. Alla base del rinvio vi sarebbero discordanze tra le stime del regno e quelle degli analisti sul valore dell’intera compagnia, che per il primo si attesterebbe sui 2.000 miliardi di dollari, mentre per i secondi non si andrebbe oltre i 1.150 miliardi. A conti fatti, il regno vorrebbe incassare 100 miliardi dalla vendita di appena il 5% del capitale.

IPO Aramco, petrolio saudita in borsa nel 2018 tra veleni e sospetti

Stanno remando contro una valutazione nell’ordine delle stime saudite le basse quotazioni del petrolio, che dopo avere raggiunto l’apice degli ultimi 3 anni a gennaio, hanno subito una correzione del 10% nelle settimane successive, risalendo al momento nei pressi dei 65 dollari. Si consideri che proprio i sauditi stanno rinvigorendo le quotazioni internazionali del Brent con l’accordo sul taglio dell’offerta, siglato con gli altri partner OPEC e con diversi produttori mondiali esterni di peso, tra cui la Russia, a fine novembre del 2016, nonché prorogato a tutto quest’anno.

Al momento, l’Arabia Saudita ha ceduto agli USA la seconda posizione per livelli di produzione di greggio. Grazie al boom dello “shale“, l’America riesce ad estrarre ora sui 10,3 milioni di barili al giorno e potrebbe tendere agli 11 milioni entro l’anno, praticamente raggiungendo i livelli della Russia. I sauditi rimangono i primi esportatori al mondo, ma di certo l’auto-restrizione della produzione sta nuocendo alle loro quote di mercato, specie in Asia, il mercato di sbocco più promettente, date le dinamiche demografiche e i ritmi di crescita dell’economia.

Niente IPO all’estero?

Adesso, Reuters da un altro colpo alle speranze degli investitori di tutto il mondo di acquisire una piccola fetta della gallina dalle uova d’oro di Riad. Non solo l’IPO verrebbe rinviata, ma non si avrebbe nemmeno una quotazione secondaria in una o più borse straniere. Secondo l’agenzia, il Principe Mohammed bin Salman punterebbe ad affermare la borsa locale, dopo che l’indice Tawadul sarà inserito dal prossimo giugno nell’MSCI, un fatto che porta al riconoscimento dell’azionariato saudita quale mercato emergente. Grazie a tale inserimento, si ragiona, il Tawadul sarebbe in grado di attirare decine di miliardi di investimenti dall’Asia, specie da Cina e Giappone. E allora, anziché delocalizzare parte della quotazione di Aramco, tanto varrebbe approfittarne per consolidare il ruolo della finanza locale nel panorama mondiale. Un evento nei mesi scorsi, ribattezzato “Davos nel deserto”, che ha visto la partecipazione di parte numerosa del gotha mondiale, è andato esattamente in questa direzione.

IPO Aramco, Londra in lotta con New York a suon di miliardi

Se queste indiscrezioni trovassero conferma, sarebbe un duro colpo per la City di Londra e Wall Street, in particolare, le piazze finanziarie indiziate di ospitare una parte dell’IPO, insieme verosimilmente a Hong Kong. Negli ultimi mesi, si sono mossi persino i governi dei tre paesi per cercare di convincere la monarchia a puntare i loro capitali presso la loro borsa. Il presidente americano Donald Trump lo ha fatto in maniera eclatante, come da suo stile, attraverso Twitter, mentre la premier britannica Theresa May si è recata fino a Riad per dare a Londra una chance di rilancio nella difficile fase della Brexit. E gli stessi dirigenti dell’Hang Seng hanno volato per migliaia di chilometri verso la nazione saudita per incontrare i vertici della compagnia. In ogni caso, si riscontrano problemi di natura tecnica. New York ha una policy molto ferrea sulla trasparenza dei dati delle società quotate a Wall Street, mentre Londra richiede un flottante minimo più elevato alle società che intendono quotarvisi. Si consideri che la mancata quotazione all’estero potrebbe riflettere attese ottimistiche fondate, a seguito dell’interesse mostrato da russi e cinesi, un fatto che non depone in favore di Washington sul piano geopolitico, facendo intravedere un crescente e stabile avvicinamento tra Riad e Mosca, dopo la storica visita di Re Salman al Cremlino del 2017 e l’accordo sul petrolio di due anni fa.

Certo, immaginare che basti l’inserimento nell’MSCI per fare del Tawadul un listino in grado di attirare fino a 100 miliardi di dollari dal resto del mondo appare un’impresa complicata, per quanto non impossibile. Ad oggi, la borsa saudita vale meno di 450 miliardi, per cui l’impatto che l’IPO di Aramco avrebbe su di essa equivarrebbe a oltre un quinto della capitalizzazione complessiva. E se questa dovesse essere la strada perseguita da compagnia e governo, evidentemente dovranno passare mesi dalla data in cui avverrebbe formalmente il riconoscimento di mercato emergente. L’ipotesi del rinvio al 2019 appare realistica, anche se per allora non dovrebbe più essere in vigore l’accordo sul taglio della produzione, un fatto che unitamente alla corsa della produzione americana porterebbe a un calo delle quotazioni, pur a fronte di una domanda attesa robusta. Insomma, tante le ombre su quello che sarebbe l’affare del secolo e che resta, tuttavia, problematico.

[email protected]

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Arabia Saudita, Economie Asia, Petrolio, quotazioni petrolio