Petrolio vale davvero $2.000 miliardi per i sauditi? Dubbi e cifre per l’IPO Aramco

L'affare del secolo potrebbe non valere i 2.000 miliardi ipotizzati. La quotazione di Aramco, la compagnia petrolifera statale dell'Arabia Saudita, offre cifre contrastanti per il mercato, a seconda delle stime.

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L'affare del secolo potrebbe non valere i 2.000 miliardi ipotizzati. La quotazione di Aramco, la compagnia petrolifera statale dell'Arabia Saudita, offre cifre contrastanti per il mercato, a seconda delle stime.

Le autorità saudite starebbero ipotizzando una IPO della compagnia petrolifera statale Aramco a New York, anche se nelle scorse settimane da Riad è trapelata l’intenzione di quotare il 5% della società in 2-3 grandi piazze finanziarie del pianeta. In corsa, oltre a Wall Street, vi sarebbero Toronto, Londra e Hong Kong. In gioco c’è il buon esito del più gigantesco sbarco in borsa mai avvenuto ad oggi, dato che Aramco viene stimata complessivamente a circa 2.000 miliardi di dollari e, pertanto, il 5% equivarrebbe a richiedere sul mercato intorno ai 100 miliardi. Le cifre non appaiono esagerate in sé. Prendiamo l’americana Exxon, la compagnia petrolifera privata più grande al mondo, che a fronte riserve petrolifere per 20 miliardi di barili, sul mercato azionario capitalizza quasi 340 miliardi.

L’Arabia Saudita di riserve petrolifere ne vanta la bellezza di 268 miliardi di barili, 13 volte di più di Exxon. E il costo di produzione nel paese ammonta a pochi dollari al barile, per cui le estrazioni sono qui potenzialmente molto più remunerative, offrendo margini superiori a quelli registrati altrove. Inoltre, proprio i bassi costi di produzione rendono le riserve saudite convenienti praticamente a qualsiasi prezzo di mercato, quando per le altre compagnie straniere le variazioni delle quotazioni internazionali potrebbero rendere inutilizzabili le riserve ad oggi conteggiate, in quanto economicamente non più significative. Il caso lampante è quello del Venezuela, che a fronte di circa 300 miliardi di barili di greggio nel sottosuolo, pare che meno di un terzo sarebbe oggi realmente proficuo, dati gli alti costi di estrazione registrati nel paese andino. (Leggi anche: Petrolio diventerà oro a Riad, ecco i numeri impressionanti)

IPO Aramco, quale valutazione?

Detto ciò, esistono problemi di valutazione anche per Aramco. La compagnia è ancora oggi il bancomat del regno, finanziando oltre i due terzi della spesa pubblica. Essa versa allo stato una royalty del 20% e il Tesoro attinge agli utili maturati per una porzione di ben l’85%, anche se ha segnalato l’intenzione di tagliare drasticamente tale imposizione fiscale, in modo da rendere l’IPO allettante.

A tale proposito, è stato già varato un anno fa il “Saudi Vision 2030”, che punta a sganciare l’economia saudita dalla dipendenza verso il settore petrolifero entro il 2030. Obiettivo ambizioso, ma pare un punto fermo della politica del Principe Mohammed bin Salman, che sta cercando di ammodernare rapidamente l’economia nazionale.

Resta il fatto, che ancora oggi le casse statali saudite dipendano largamente dai proventi del petrolio. Allo stato attuale, quindi, non si potrebbe valutare il 100% di Aramco 2.000 miliardi, per cui il regno potrebbe non essere in grado di raccogliere i 100 miliardi sperati, pari a circa 1,5 anni di deficit fiscale, stando ai dati del 2016 e alle previsioni per i conti pubblici di quest’anno. (Leggi anche: L’Arabia Saudita annuncia il possibile affare del secolo)

E se Aramco valesse 5-10 volte meno?

Le variabili in gioco sono diverse. Per calcolare il valore potenziale dell’IPO, ovvero il Valore Attualizzato Netto, bisogna basarsi su alcune stime: il prezzo medio annuale atteso per il Brent da qui ai prossimi X anni; il tasso annuo di estrazione del greggio saudita (oggi sopra i 10 milioni di barili al giorno); il tasso di sconto da applicare; l’imposta sugli utili e la royalty applicata.

Seekingalpha ha fatto qualche calcolo, che vi riproponiamo al solo fine di comprendere quanto complicate siano le stime. Valutando le quotazioni medie a 70 dollari al barile da qui ai prossimi 70 anni, nel corso dei quali Aramco produrrebbe 10 milioni di barili al gioco e a un costo medio di estrazione di 10 dollari, applicando un tasso di sconto del 10% e prevedendo aliquote fiscali invariate all’85% e royalties al 20%, la compagnia varrebbe “appena” 251 miliardi. Con un’aliquota fiscale al 50%, salirebbe a 419 miliardi. (Leggi anche: La più grande compagnia petrolifera al mondo si quoterà in 2-3 borse)

Senza Aramco, il debito pubblico saudita esploderebbe

Certo, il tasso di sconto al 10% sarebbe opinabile, ma il problema non è tanto questo. Se il regno non fornirà informazioni chiare sulla sua politica fiscale futura, i 2.000 miliardi ipotizzati non sembrerebbero alla portata, perché è pur vero che la compagnia sarebbe per i suoi azionisti privati futuri una gallina dalle uova d’oro, ma i suoi utili verrebbero quasi del tutto utilizzati per finanziare i conti pubblici nazionali.

Considerando che Exxon capitalizza a una media di 14 dollari per ciascun barile a riserva, pur con costi di produzione notevolmente maggiori, Aramco potrebbe arrivare a valere intorno ai 4.000 miliardi, il doppio dell’IPO ipotizzata. Evidentemente, già oggi Riad avrebbe scontato il peso di una maggiore tassazione, ma senza una revisione radicale del funzionamento dell’economia saudita, non vi sarebbero denari a sufficienza per coprire la spesa pubblica e lo stato assisterebbe a un’esplosione del suo debito sovrano.

Si va verso drastiche riforme economiche

Poiché il governo saudita sembra tutt’altro che sprovveduto, i ragionamenti di cui sopra ci spingono a ritenere che le linee-guida del “Saudi Vision 2030” verranno attuate fino in fondo e che milioni di sudditi verranno spinti a lavorare per sostenersi, mentre saranno loro tagliati i sussidi statali e la macchina amministrativa sarà dimagrita. Ci vorranno certamente anni, ma il senso dell’IPO sembra proprio questo. (Leggi anche: Rivoluzione saudita, vivere senza petrolio già dal 2020)

 

 

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