Petrolio, quotazioni in calo e prevista debolezza anche nel secondo trimestre

In calo il greggio sui mercati e gli analisti ritengono che la debolezza potrebbe proseguire almeno fino al secondo trimestre e che lo spread tra le quotazioni del Brent e quello del Wti dovrebbe crescere fino a 17 dollari al barile. Ecco perché.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
In calo il greggio sui mercati e gli analisti ritengono che la debolezza potrebbe proseguire almeno fino al secondo trimestre e che lo spread tra le quotazioni del Brent e quello del Wti dovrebbe crescere fino a 17 dollari al barile. Ecco perché.

Il Brent europeo cedeva il 2% a 61,90 dollari al barile in mattinata, mentre il Wti americano scivolava a 49,21, perdendo 0,55 dollari al barile. Si mostrano deboli le quotazioni del petrolio oggi, dopo che sono stati diffusi i dati sugli impianti attivi di greggio negli USA, che la scorsa settimana sono scesi di 33 unità a 986, la riduzione più flebile di quest’anno. A contribuire al calo dei prezzi c’è anche il rafforzamento del dollaro, salito ai massimi degli ultimi 11 anni contro un paniere di valute principali, in particolare, dopo che la banca centrale cinese ha varato un taglio dei tassi nel fine settimana. Inoltre, c’è l’annuncio delle autorità libiche che la produzione di petrolio nel paese nordafricano è salita a 400 mila barili al giorno e mostrerebbe segnali di recupero. Insomma, tutti fattori che spingerebbero a ritenere che la sovrapproduzione in corso non sarebbe destinata ad affievolirsi a breve, vuoi perché la produzione rimane alta, nonostante negli USA chiudano diversi impianti ogni settimana, vuoi anche per la debolezza della domanda. Carsten Fritsch, analista per il petrolio e le materie prime di Commerzbank, ha rivelato a Reuters di attendersi che nel secondo trimestre il Brent sarà sotto pressione. E l’analista dell’agenzia, Wang Tao, spiega che da qui ai prossimi 3 mesi, il differenziale di prezzo tra Brent e Wti potrebbe salire fino a 16,98 dollari al barile, aggiornando il record attuale di 13 dollari. In effetti, ciò che stupisce nelle ultime settimane, da quando a metà gennaio è iniziata un’apparente inversione del trend delle quotazioni, è la divaricazione dei prezzi tra il Wti prodotto negli USA e il Brent quotato a Londra. In effetti, si è passati da un differenziale di circa 4 dollari al barile di 2 mesi fa a uno di ben 13 di queste ultime sedute. Ciò è stato il frutto della crescita più veloce delle quotazioni del Brent rispetto al Wti, ovvero del 21% contro meno del 9%. Più elementi avrebbero contribuito ad accelerare i rialzi del greggio europeo rispetto a quello made in USA, tra cui spiccano la previsione di una maggiore crescita dell’Eurozona, anche a seguito del varo del QE della BCE; la costante crescita della produzione di “shale oil” negli USA, che ha portato l’output complessivo di greggio al record di 9,29 milioni di barili al giorno alla fine della terza settimana di febbraio.

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Argomenti: Petrolio