Petrolio, quotazioni già a fine corsa? Ecco perché il rally sarebbe finito

Le quotazioni del petrolio sono già arrivate a fine corsa? Vediamo perché è probabile che non vadano oltre il range 40-45 dollari al barile.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le quotazioni del petrolio sono già arrivate a fine corsa? Vediamo perché è probabile che non vadano oltre il range 40-45 dollari al barile.

Il prezzo del petrolio stamane si mostra in calo a 38,73 dollari e 40,65 dollari al barile, rispettivamente cedendo 71 e 55 centesimi rispetto all’ultima seduta. Il rally, iniziato alla terza settimana di gennaio, quando le quotazioni erano scese a nella forchette 26-28 dollari, ha registrato ad ogni guadagni per oltre il 50%, toccando l’apice il giovedì scorso, non a caso all’indomani dal board della Federal Reserve, che allontanando la prospettiva di un ciclo restrittivo veloce, ha indebolito il dollaro, valuta con cui il greggio si acquista sui mercati, divenendo così un po’ più economico per i consumatori non americani. A dare sostegno ai prezzi c’è anche l’ultimo report del Dipartimento dell’Energia di Washington, che stima per quest’anno una media di 8,7 milioni di barili al giorno di produzione negli USA dai 9,4 del 2015, mentre l’anno prossimo dovrebbe scendere ancora a 8,2 milioni. Le stime prevedono una media di 34 dollari al barile nel 2016 e una risalita a 40 nel 2017. Parliamo nel primo caso di valori inferiori di un buon 10% ai livelli attuali. Dall’ottobre del 2014 ad oggi, i pozzi attivi sul territorio americano sono diminuiti dei 2 terzi, ma dal picco di 9,6 milioni di barili al giorno estratti nell’aprile dello scorso anno, la produzione si è ridotta ancora di poco, restando sui 9 milioni di barili. Questo lascia ipotizzare che l’industria dello shale si sia concentrata sulle estrazioni dai pozzi più remunerativi, chiudendo quelli meno efficienti.      

Ritorno ai livelli di inizio dicembre?

L’accordo russo-saudita del mese scorso, finalizzato al congelamento della produzione ai livelli del gennaio scorso, non ha risolto il problema dell’eccesso di offerta, che continuerebbe a viaggiare intorno a 1,5-2 milioni di barili al giorno nel mondo, ma ha semmai impedito un’ulteriore corsa verso la sua crescita. Rispetto agli ultimi 18 mesi, però, il mercato ha recepito la volontà dei “big” energetici di contribuire alla “pavimentazione” dei prezzi, ossia al porre un argine alla loro caduta. Il solo segnale ha fatto invertire il trend, da cui è scaturito il rally delle ultime 8 settimane. Ma i fondamentali sono rimasti gli stessi, l’offerta è ancora più elevata della domanda e l’economia globale si mostra meno dinamica di quanto atteso fino a qualche mese addietro. Ma allora la risalita delle quotazioni fino a quando potrà continuare? Agli inizi del dicembre scorso, l’OPEC si riuniva per la terza volta dallo scoppio della crisi del settore, esitando un ennesimo nulla di fatto. Un paio di settimane dopo, la Fed alzava per la prima volta in quasi 10 anni i tassi USA. Nel frattempo, veniva rimosso l’embargo quarantennale di Washington contro le esportazioni di greggio dagli USA . I 3 eventi, concatenati tra di loro quanto agli effetti sul mercato, hanno prodotto come risultato una caduta delle quotazioni dal range 40-45 dollari fino al minimo pocanzi segnalato di 26-28 dollari.      

Rally petrolio forse già finito

L’accordo tra Riad e Mosca potrebbe riportare il mercato indietro nel tempo proprio a quegli inizi di dicembre, quando le attese per un intervento dell’OPEC a sostegno dei prezzi erano infime, ma pur sempre esistenti. Dunque, le quotazioni potrebbero risalire fino al range dei 40-45 dollari, che è sostanzialmente quello attuale. Ciò implica che ulteriori consolidamenti consistenti non dovrebbero registrarsi, anche perché se ciò si verificasse, quelle compagnie americane meno efficienti e operanti nel settore dello shale tornerebbero ad aumentare la produzione, intravedendo l’opportunità di restare a galla sul mercato, avvantaggiandosi dei maggiori ricavi, con i quali adempiere alle onerose scadenze dei debiti contratti in passato. Non dimentichiamoci, infine, che le scorte di greggio continuano a crescere in tutto il pianeta, il che segnala una produzione ancora eccessiva rispetto alla domanda globale e un’offerta prontamente disponibile al minimo rialzo dei prezzi. Entro la fine dell’anno, si prevede che esse cresceranno del 10% a 3,3 miliardi di barili e negli USA hanno oltrepassato il mezzo miliardo, attestandosi di gran lunga ai massimi degli ultimi 80 anni. Per quanto sopra detto, il limite al rally sarebbe proprio in prossimità dei livelli di prezzo già raggiunti. Si tenga anche conto che la Fed, per quanto gradualmente, proseguirà nella stretta, alzando almeno un paio di volte ancora per quest’anno i tassi. Ciò dovrebbe sostenere il dollaro, il cui rafforzamento gioca sempre contro la domanda di greggio.

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Argomenti: Altre economie, Crisi materie prime, Economia Europa, Economia USA, Economie Asia, Petrolio, quotazioni petrolio