Petrolio, Trump tra le cause principali del crollo dei prezzi

Petrolio ai minimi da quasi un anno e il presidente Trump c'entra abbastanza con il crollo di queste settimane, mentre dal mercato segnali di recupero non sembrano esservi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Petrolio ai minimi da quasi un anno e il presidente Trump c'entra abbastanza con il crollo di queste settimane, mentre dal mercato segnali di recupero non sembrano esservi.

E’ stata un’altra seduta drammatica per le quotazioni del petrolio ieri, che sono arrivate a perdere intorno al 7%, con il Brent a crollare fino a 62,40 dollari al barile e il Wti americano a toccare i 53,56 dollari, i livelli più bassi rispettivamente da dicembre e ottobre dello scorso anno. Prendendo come riferimento l’apice raggiunto dai prezzi a inizio ottobre scorso, vale a dire solamente 7 settimane fa, si registra un crollo del 28-30%. Solo il lieve calo accusato dalle scorte di greggio negli USA la settimana scorsa e riportato ieri sera ha permesso alle quotazioni di ridurre parzialmente le perdite, sebbene rimangano nei pressi dei minimi toccati ieri, ossia in area 63,20 e 54,20 dollari al barile.

Aumenti prezzo benzina quest’anno giustificati dal rincaro del petrolio?

Per capire cosa stia accadendo, bisogna guardare alla Casa Bianca. Il presidente Donald Trump sta facendo pressione sull’Arabia Saudita, affinché non concordi un nuovo taglio della produzione con i partner dell’OPEC e la Russia. Per accrescere la sua influenza, sta tenendosi alla larga dalle polemiche sul caso Khashoggi, il giornalista saudita ucciso nel consolato del regno a Istanbul per mano di un gruppo di 18 persone, di cui funzionari vicinissimi alla corona. L’omicidio ha creato sdegno presso la comunità internazionale, con richieste di spiegazioni da parte di alcuni governi del G7, per non parlare della Turchia del presidente Erdogan. Trump ha mediato e continua a sostenere pubblicamente la buona fede del principe Mohammed bin Salman (MbS), nella speranza che questo suo atteggiamento dissuada Riad dal concordare un taglio all’offerta di petrolio nell’ordine di 1-1,4 milioni di barili al giorno, un passo che i sauditi, in particolare, riterrebbero necessario per allontanare lo spettro di un nuovo 2014, quando le quotazioni crollarono in appena 18 mesi da 115 a meno di 30 dollari.

La Russia non è convinta di partecipare al taglio, non fosse altro per la condizione ottimale delle sue finanze statali, che si stanno giovando dell’indebolimento del rublo. A conti fatti, l’esportazione di un barile rende a Mosca non meno del 20% in più di rubli di quando le quotazioni erano schizzate sopra i 100 dollari al barile. Per questo, i russi starebbero rimanendo alla finestra, confidando che l’OPEC si trovi costretta ad agire senza la necessità di essere coinvolti nell’auto-restrizione dell’offerta, massimizzando così il risultato, ovvero continuando a produrre agli stessi livelli di oggi e a prezzi in risalita.

Il ruolo di Trump nel crollo del petrolio

Come mai l’Arabia Saudita non segnala di cedere alle pressioni di Trump? A sua volta, il principe MbS ritiene di essere stato fregato dal governo americano, che all’inizio dell’anno gli aveva assicurato il ripristino di sanzioni dure contro l’Iran sul mancato rispetto dei termini dell’accordo sul nucleare, quello sottoscritto a fine 2015 e che dal gennaio 2016 ha sospeso l’embargo introdotto dalla comunità internazionale contro le sue esportazioni nel 2011. Le sanzioni sono scattate formalmente dal 5 novembre scorso, ma si sono rivelate molto più morbide delle previsioni, se è vero che ben otto economie di grandi dimensioni siano state esentate dall’obbligo di rescissione dei contratti commerciali con Teheran, tra cui Italia, Turchia, Cina, India e Giappone. Insomma, una presa in giro per Riad, che nota come il livello delle esportazioni iraniane sia diminuito molto meno delle attese, mentre i sauditi avevano incrementato la loro produzione intorno ai massimi di sempre, in area 10,7 milioni di barili al giorno, al fine di rassicurare proprio Washington sul mantenimento della stabilità dei prezzi con la comminazione delle sanzioni.

Il petrolio divide sauditi da russi e l’America gode

Altri fattori più di natura economica stanno incidendo negativamente sul greggio, tra cui il rallentamento dell’economia mondiale e il deprezzamento di valute emergenti come yuan e rupia indiana. La Cina, in particolare, è il primo importatore di petrolio al mondo con poco meno di 10 milioni di barili al giorno. Tra crescita economica meno intensa e cambio più debole di oltre il 6% contro il dollaro quest’anno, la domanda cinese ne risulterebbe colpita nei prossimi mesi, mentre si nutrono dubbi sulla capacità della stessa America di mantenere gli attuali ritmi di crescita, trainati dai consumi interni. Questi ultimi troveranno un’altra spinta proprio dal tonfo del greggio, che libera risorse per le famiglie americane, le quali da sole sostengono oltre i due terzi del pil USA. Tuttavia, possibile che i loro consumi continuino a crescere al ritmo del 4% all’anno? Trump ci spera e, soprattutto, confida che un greggio tornato a costare quanto un anno fa dissuada la Federal Reserve dal proseguire la stretta sui tassi. Una pausa fungerebbe da tonificante per l’economia americana, considerando che sul fronte fiscale sia diventato più difficile agire, ora che la Camera dei Rappresentanti è passata nelle mani dei democratici, all’opposizione della Casa Bianca.

I segnali dal mercato

Intanto, si stima che in appena 7 settimane, i trader abbiano venduto 553 milioni di barili, restando rialzisti su soli 547 milioni di barili. Eppure, l’analista Wood Mackenzie suona l’allarme per il lungo periodo, notando come servirebbero scoperte eclatanti di nuovi giacimenti per i prossimi anni, affinché il gap atteso tra domanda e offerta venga colmato. Questo viene stimato in 3 milioni di barili al giorno entro il 2025, in 9 milioni entro il 2035 e, addirittura, in 16 milioni entro il 2040. Considerando che tra una scoperta e il picco della produzione trascorrano mediamente 10 anni, spiega, saremmo già in ritardo. La causa consiste nel tonfo degli investimenti o “capex” dopo il crollo delle quotazioni nel 2014. A tale proposito, si usa spesso nel settore il conteggio dei siti estrattivi attivi sul territorio americano quale proxy per monitorare l’andamento del capex. Ebbene, su base annua questi risultano cresciuti del 20% e rispetto ai minimi toccati nel maggio 2016, la risalita supera il 180%. Tuttavia, dall’apice di ottobre 2014 siamo ancora a -45%, dato che la dice lunga sul recupero effettivo degli investimenti nel settore.

In altre parole, i bassi prezzi di oggi li pagheremmo tra alcuni anni. Sarà, ma i futures sul greggio non depongono in favore di una risalita delle quotazioni, se è vero che i prezzi concordati al momento sul mercato tendono a diminuire per le consegne nei mesi prossimi. Se per novembre un barile di Brent risultava ieri venduto mediamente a 66,77 dollari, per dicembre si scende sotto i 63 e si risale di pochi centesimi sopra tale soglia nei mesi seguenti. A conti fatti, una curva piatta dei prezzi lungo le scadenze disincentiva l’accumulo di scorte, essendo in sé costoso, a fronte di un guadagno praticamente nullo. Pertanto, alle compagnie continuerebbe a convenire vendere oggi sul mercato tutto il greggio estratto, un processo che starebbe contribuendo a deprimere le quotazioni. Il fatto che queste siano concordate sostanzialmente invariate per i prossimi mesi segnala la sfiducia del mercato sulla tenuta della domanda rispetto all’offerta.

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Argomenti: Crisi materie prime, Petrolio, quotazioni petrolio