Petrolio, quotazioni ancora in calo e deboli per anni? La Norvegia vede guai

La crisi delle quotazioni del petrolio potrebbe durare anni, come dimostrerebbero i futures, e produttori come la Norvegia iniziano a temerne le ripercussioni.

di , pubblicato il
La crisi delle quotazioni del petrolio potrebbe durare anni, come dimostrerebbero i futures, e produttori come la Norvegia iniziano a temerne le ripercussioni.

Quotazioni del petrolio ancora in calo stamane. Il prezzo del Wti americano scivola di 18 centesimi a 43,68 dollari al barile, così come quello del Brent, che scende a 48,43 dollari. Adesso, il differenziale tra i due tipi di greggio si è portato a meno di 5 dollari e in entrambi i casi si ha un crollo del 17% su base mensile. La debolezza non sarebbe passeggera, segnalano i futures, che altro non solo che contratti con i quali le parti cercano di assicurarsi barili futuri a prezzi bloccati. Stando a questi, una risalita stabile in zona 60 dollari si verificherebbe solo tra un paio di anni. Se rispetto ai livelli attuali sarebbe una crescita del 20%, si tratta pur sempre di valori quasi dimezzati, se pensiamo al picco del giugno dello scorso anno.   APPROFONDISCI – Perché il petrolio a basso costo rende difficile il rialzo dei tassi ovunque?  

Futures segnalano prezzi bassi anche nei prossimi anni

Diverse compagnie americane calcolano in 65 dollari al barile il prezzo minimo necessario per coprire i costi, ragione per la quale è facile prevedere che sia in America che fuori vi saranno ingenti tagli agli investimenti, che solo nei prossimi mesi, però, inizierebbero a dare i loro frutti sul mercato, allentando la produzione. Per il momento, questa viaggia ai massimi, mentre la domanda cresce moderatamente. Uno dei motivi per questa apparente contraddizione sta proprio nei futures. Quando i prezzi erano saliti ai massimi dal 2008, ossia sopra i 110 dollari al barile, numerosi contratti sono stati siglati per i mesi e gli anni a venire a tali livelli, perché molti acquirenti temevano evidentemente un aumento ulteriore delle quotazioni. Sette anni fa, queste erano salite fino al record di 144 dollari, normale che si ritenesse che ci sarebbe stato un nuovo probabile balzo.

Pertanto, si stima che i 2 terzi della produzione americana siano stati bloccati a prezzi enormemente più alti dei livelli attuali, almeno fino al prossimo mese.   APPROFONDISCI – Petrolio, quotazioni sotto i 60 dollari fino al 2017? Lo dicono i futures  

Fondo Norvegia contro crisi

In sostanza, molti produttori stanno continuando ad offrire greggio ai prezzi di un anno fa, non risentendo nell’immediato dell’impatto del crollo. Chi lo avverte è, invece, la Norvegia, dove il petrolio rappresenta un quinto del pil di oltre 500 miliardi di dollari. Lo stato scandinavo ha la fortuna di disporre del più grande fondo sovrano al mondo, il cui valore è pari a 875 miliardi di dollari e che investe in azioni, obbligazioni e mercato immobiliare di tutto il pianeta. Esso è stato ad oggi alimentato da un’accorta politica di risparmio degli utili maturati con la vendita del greggio. Adesso che il boom è svanito e che la disoccupazione è salita ai massimi dal 2004, anche se si attesta solo al 4,3%, il governo di Oslo potrebbe assumere la decisione storica di attingere alla liquidità del fondo per cercare di sostenere l’economia, che da mesi sta tentando di riconvertirsi velocemente verso l’industria delle energie rinnovabili.   APPROFONDISCI – La Norvegia soffre la crisi del petrolio, ma punta già sulle energie rinnovabili  

Argomenti: