Petrolio, prezzi sotto 50 dollari: accordo OPEC più lontano

I prezzi del petrolio tornano sotto i 50 dollari sulla difficoltà dell'OPEC di tagliare davvero la produzione. Tre eventi nelle prossime settimane determineranno la direzione del mercato.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I prezzi del petrolio tornano sotto i 50 dollari sulla difficoltà dell'OPEC di tagliare davvero la produzione. Tre eventi nelle prossime settimane determineranno la direzione del mercato.

Le quotazioni del petrolio scendono di nuovo sotto la soglia dei 50 dollari al barile, ai minimi da un mese. In dettaglio, i prezzi del Brent segnano al momento 49,37 dollari, quelli del Wti 48,45 dollari. Rispetto al picco di inizio ottobre, si registra una discesa del 5%. Svanisce così l’effetto “bullish”, scatenato alla fine di settembre dall’accordo preliminare dell’OPEC per un taglio della produzione di greggio. Oltre un mese fa, il cartello dei 14 produttori aveva concordato informalmente ad Algeri di tagliare l’offerta a 32,5-33 milioni di barili al giorno dalla media quotidiana di 33,75 milioni di settembre.

Nel fine settimana appena trascorso, però, un altro vertice dell’organizzazione, ma stavolta nella sua sede di Vienna, ha tirato il freno a mano all’intesa, che formalmente dovrebbe essere siglata il 30 novembre. E’ accaduto, infatti, che l’Arabia Saudita, leader di fatto del cartello, abbia preso atto che numerosi paesi non accetterebbero di limitare la propria produzione per ribilanciare il mercato globale. (Leggi anche: Accordo OPEC è di facciata)

L’accordo OPEC è difficile da implementare

Sempre ad Algeri, si era deciso di esentare dal taglio Iraq, Nigeria e Libia, ovvero i paesi sottoposti nei mesi scorsi a cali anche bruschi di offerta, a causa di eventi geo-politici interni. Baghdad, ad esempio, ha appena sottratto tutti i pozzi del paese dal controllo dei jihadisti dell’ISIS, mentre Tripoli punta ad aggiungere alla sua produzione giornaliera altri 600 mila barili entro l’anno e Abuja ha necessità di tenere alte le estrazioni, dopo mesi di sabotaggi ad opera di un gruppo di guerriglieri.

Ai tre si aggiunge l’Iran, che dopo essersi vista revocare l’embargo dell’Occidente contro le sue esportazioni, sta puntando a tornare ai livelli pre-sanzioni. La stessa Russia, membro non OPEC, che il mese scorso aveva promesso a Istanbul di collaborare al riequilibrio del mercato petrolifero, sembra essersi rimangiata la parola, come dimostrano le dichiarazioni di Igor Sechin, a capo del colosso energetico Rosneft. Mosca potrebbe, secondo gli esperti, alzare da 544 al record di 548 milioni di tonnellate la sua offerta di greggio nel 2017. (Leggi anche: Rally petrolio di lungo periodo?)

 

 

 

Torna il pessimismo sul mercato

Ma se nessuno vuole tagliare e, anzi, molti si pongono nel breve termine l’obiettivo di accrescere l’offerta, chi dovrebbe sobbarcarsi dell’onere? I sauditi farebbero la loro parte con una riduzione di 400 mila barili al giorno, ma a patto di non essere lasciati da soli e di riuscire a coinvolgere l’odiato Iran nell’operazione.

Ecco, quindi, che le posizioni nette long o rialziste sul mercato del petrolio sono diminuite dell’8%, scendendo ai minimi delle ultime 5 settimane. Nel caso di una mancata ratifica dell’intesa informale di settembre, non possiamo escludere che le quotazioni scendano fino a testare nuovamente la soglia dei 40 dollari, per quanto temporaneamente, anche se nel caso di rinvigorimento del pessimismo potrebbe intervenire unilateralmente l’Arabia Saudita per sostenerle, magari d’intesa con i russi. (Leggi anche: Petrolio, sauditi pronti anche ad aumentare la produzione)

Tre eventi imprimeranno una direzione al petrolio

In verità, il futuro dei prezzi energetici nelle prossime settimane è legato a due fattori-chiave, oltre al vertice OPEC: le elezioni USA e i tassi Fed. In teoria, nel lungo periodo il greggio, specie il Wti americano, si avvantaggerebbe di una vittoria di Donald Trump alle presidenziali dell’8 novembre, essendo il candidato repubblicano meno incline a sostenere politiche energetiche alternative; all’impatto, però, in previsione di un possibile contraccolpo sull’economia globale, potremmo assistere a una discesa. Viceversa, se a prevalere sarà Hillary Clinton.

I tassi americani dovrebbero essere alzati di altri 25 punti base all’ultimo board dell’anno della Federal Reserve, salvo che il risultato delle elezioni USA non sconvolga i mercati finanziari, rendendo necessario un rinvio della seconda stretta. Nel caso questa vi sia, il dollaro si apprezzerebbe e i prezzi delle materie prime dovrebbero arretrare o subire limitazioni superiori. (Leggi anche: Petrolio OPEC, il bluff dei numeri)

 

 

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Argomenti: Altre economie, Crisi materie prime, Economia Europa, Economia USA, Economie Asia, Petrolio, quotazioni petrolio