Petrolio: prezzo massimo da 18 mesi, ma il mercato guardi a questo dato USA e all’Iran

Quotazioni del petrolio ai massimi da 18 mesi sull'ottimismo per l'accordo OPEC, ma i dati USA e le notizie in arrivo dall'Iran dovrebbero invitare alla prudenza.

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Quotazioni del petrolio ai massimi da 18 mesi sull'ottimismo per l'accordo OPEC, ma i dati USA e le notizie in arrivo dall'Iran dovrebbero invitare alla prudenza.

Il prezzo del petrolio è salito ai massimi da 18 mesi ieri, con il Brent a sfiorare i 58 dollari al barile nel corso della seduta e il Wti americano a ridosso dei 54 dollari. C’è ottimismo sul mercato, dopo che l’Arabia Saudita ha comunicato ai suoi clienti possibili tagli all’offerta per le consegne a febbraio tra il 3% e il 7%. Anche il Kuwait ha annunciato un ridimensionamento della produzione, in linea con gli impegni assunti con l’accordo OPEC di fine novembre, in base al quale i 14 produttori del cartello dovranno tagliare l’offerta per complessivi 1,2 milioni di barili al giorno, scendendo a 32,5 milioni. Altri 11 paesi, tra cui la Russia, hanno aderito per un totale di 540.000 barili in meno al giorno. Se tutto marcerà secondo le intenzioni esibite, la produzione dovrebbe diminuire in questi primi mesi del 2017 fino a 1,8 milioni di barili quotidianamente, assorbendo del tutto l’eccesso di offerta.

Stando ai dati di dicembre, l’OPEC avrebbe già ridotto di poco la produzione da 34,38 a 34,18 milioni di barili, un segnale che va nella direzione auspicata dai diretti interessati. Dunque, l’ottimismo parrebbe giustificato tra gli investitori. (Leggi anche: Petrolio: prezzi vicini a 60 dollari, ma ecco perché nel 2017 non sarà boom)

I pozzi negli USA vengono riattivati

Eppure, non tutto potrebbe procedere nei prossimi mesi come desiderato. Secondo Bagher Hughes, per la trentesima volta nelle ultime trentadue settimane, il numero dei siti estrattivi attivi sul suolo USA è aumentato. Al termine di questa settimana sono saliti di 4 unità a 529, il livello più alto da un anno. Rispetto ai minimi toccati a fine maggio dello scorso anno, quando erano scesi a 316, il recupero è stato così del 67,4%.

L’apice era stato toccato nell’ottobre del 2014 a 1.609, per cui ad oggi siamo a oltre -67% rispetto a quel dato. Tuttavia, è evidente la correlazione tra recupero del prezzo del petrolio e risalita dei siti attivi negli USA. Se guardiamo ai grafici di entrambi, ci accorgiamo che i secondi tenderebbero a seguire l’andamento del primo con un ritardo temporale di circa 3-4 mesi. (Leggi anche: Petrolio, USA pronti a sfruttare accordo OPEC)

 

 

 

 

Produzione petrolifera USA tornata a crescere

Il top si ebbe, come sopra scritto, nell’ottobre di tre anni fa, ovvero a distanza di 4 mesi dal picco massimo post-2008 raggiunto dalle quotazioni petrolifere, quando queste avevano sfondato quota 110 dollari al barile. Il punto più basso dal 2009, invece, è stato toccato 8 mesi fa, a distanza di 3-4 mesi dai minimi dal 2003 delle quotazioni, che sprofondarono tra i 26 e i 28 dollari.

In altre parole, il quasi +30% messo a segno dal prezzo del greggio negli ultimi due mesi non si sarebbe ancora dispiegato, quindi, in una completa riattivazione dei pozzi dismessi negli USA da fine 2014. Pertanto, dovremmo attenderci un loro recupero ancora più marcato nei prossimi 2-3 mesi. (Leggi anche: Petrolio USA, perché gli sforzi OPEC potrebbero essere inutili)

Compagnie petrolifere USA sono diventate più competitive

Ma più aumentano i siti estrattivi attivi negli USA, maggiore dovrebbe essere la produzione. Si tenga conto, che nel maggio scorso, pur con i due terzi dei pozzi dismessi rispetto a un anno e mezzo prima, l’offerta di greggio in America si era ridotta di appena il 2% da allora, mentre dall’apice di 9,6 milioni di barili al giorno, toccato nel giugno 2015, il calo era stato di meno del 10%, a fronte del dimezzamento dei siti estrattivi attivi.

Cosa vogliamo dire con questo? La chiusura di fino a due impianti su tre sul suolo americano non ha coinciso con il crollo della produzione petrolifera, ma solamente con una sua stabilizzazione. Ciò implica un recupero di produttività da parte delle compagnie a stelle e strisce, che avrebbe ridotti i costi di produzione del 30%.

E, infatti, dall’agosto al dicembre dell’anno appena trascorso, la produzione negli USA è già risalita del 3%, segno che pur con quotazioni poco sopra i 40 dollari, le compagnie americane sarebbero in grado di reggere. (Leggi anche: Petrolio, scoperto giacimento in Texas da 900 miliardi)

 

 

 

 

Altri 16 milioni di barili di scorte per l’Iran

Infine, Reuters ha svelato che l’Iran avrebbe venduto dal mese di ottobre 13 milioni di barili di greggio, che erano stati accumulati in forma di scorte off-shore su una cinquantina di navi cargo in sosta nel Golfo Persico. Al momento, di scorte ne disporrebbe ancora 16,4 milioni di barili, vale a dire che Teheran, oltre a non essere coinvolta nei tagli alla produzione, essendo da un anno uscita da un embargo quadriennale da parte dell’Occidente, possiede ancora un potenziale da utilizzare temporaneamente per soddisfare il mercato mondiale, nel caso in cui l’offerta OPEC diventasse inferiore alla domanda dei clienti asiatici ed europei; in attesa di aumentare le estrazioni ai livelli pre-embargo e di scatenare una possibile guerra commerciale proprio con i sauditi, in teoria impegnati a implementare l’accordo OPEC. (Leggi anche: Petrolio, battaglia in Asia tra sauditi e Iran)

 

 

 

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