Petrolio, crollo prezzi a 30 dollari di nuovo possibile?

Le quotazioni del petrolio potrebbero schiantarsi fino ai 30 dollari con il ritorno alla crescita della produzione USA. E non sarebbe una cattiva notizia per le banche centrali.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le quotazioni del petrolio potrebbero schiantarsi fino ai 30 dollari con il ritorno alla crescita della produzione USA. E non sarebbe una cattiva notizia per le banche centrali.

Da quando l’OPEC si è accordato al suo interno per tagliare la produzione di petrolio di 1,2 milioni di barili al giorno e altri undici paesi, tra cui la Russia, hanno convenuto di abbassare la loro di circa 540.000 barili al giorno, i prezzi del greggio sono saliti stabilmente sopra la soglia dei 50 dollari al barile e oscillano praticamente da dicembre intorno ai 55 dollari. Stamane, ad esempio, il Brent si attesta a 56,80 dollari e il Wti americano a 54,40 dollari. Il mercato segnala vistosamente di scommettere su un nuovo rally, se è vero che i fondi “hedge”, quelli speculativi, detengono al momento 903 milioni di barili su posizioni long, 9,5 volte in più di quanti, invece, hanno puntato su posizioni “short” o ribassiste.

In altre parole, il 90% degli investitori scommette su un rialzo, ma guardate che è proprio quando tutti stanno sullo stesso lato di una barca, che questa rischia di rovesciarsi. E di ragioni per dubitare su un nuovo rally ve ne sono. Partiamo dai dati positivi: la domanda mondiale dovrebbe crescere quest’anno di 1,2 milioni di barili al giorno, stando all’Agenzia energetica internazionale. L’economia globale sembra messa meglio di quanto si temesse e né la Brexit, né le incertezze relative alle politiche della nuova amministrazione Trump sembrano averla scalfita. (Leggi anche: Petrolio, Trump potrebbe fregare l’OPEC)

Produzione petrolio in crescita negli USA

Se la domanda si mostra solida, l’offerta lo è altrettanto. L’OPEC ha tagliato nel suo complesso il 90% di quanto si era impegnata a fine novembre, ma gli USA stanno aumentando le loro estrazioni. Le scorte di petrolio sono salite al 10 febbraio scorso a oltre 518 milioni di barili (+9,6% annuo), segnando un nuovo record storico. Allo stesso tempo, i siti estrattivi attivi sul territorio americano si sono portati a 597 unità al venerdì scorso, crescendo di 6 su base settimanale e di 184 rispetto alla stessa settimana di un anno fa (+44,6%).

L’accumulo di scorte segnala l’abbondanza dell’offerta di petrolio USA. Ora, vero è che la stagione estiva arriverà tra qualche mese, quando milioni di automobilisti americani si metteranno in marcia per le vacanze e incrementeranno i loro consumi di greggio, ma lo scorso anno il ripiegamento delle scorte è arrivato solo a maggio inoltrato e non è stato tale da impedire che le quotazioni restassero sostanzialmente intorno ai 40 dollari fino alla metà del novembre scorso, quando l’OPEC ha iniziato a mostrarsi intenzionata realmente a tagliare la produzione. (Leggi anche: Petrolio USA, offerta cresce e prezzi forse a fine corsa)

L’amministrazione Trump favorisce le trivelle

Scorte record e prezzi ai massimi da 18 mesi sembrano poco compatibili tra di loro. Un anno fa, quando le prime segnarono il massimo di sempre, i secondi precipitarono ai livelli più bassi degli ultimi 14 anni. Non è escluso che lo scenario si ripeta anche stavolta, a maggior ragione che alla Casa Bianca vi è da poche settimane un fautore delle trivellazioni, avendo già allentato le regole etiche per consentire alle compagnie petrolifere di esplorare nuovi pozzi con minori vincoli.

A meno che l’OPEC non voglia auto-trafiggersi per salvaguardare la stabilità del mercato mondiale, le quotazioni sembrano più rischiare un ribasso che non un rialzo. Gli USA hanno esportato alla settimana conclusasi il 10 febbraio circa 7 milioni di barili, un record per un paese che fino allo scorso anno viveva sotto un auto-embargo quarantennale. Di questi, 2 milioni sono finiti in Cina, il vero mercato di sbocco ambito da ogni grande produttore. (Leggi anche: Petrolio USA inonda l’Asia)

Il crollo dei prezzi petroliferi sarebbe una buona notizia per USA ed Europa

Davvero pensiamo che sauditi, russi, iracheni consentiranno agli americani di soffiare loro quote di mercato sotto il naso, in nome dell’equilibrio tra domanda e offerta? Non è stato forse vero il contrario, ovvero che le compagnie a stelle e strisce abbiano arrestato il boom dello “shale” solo quando le quotazioni internazionali sono crollate?

Se davvero, anche solo temporaneamente, il petrolio tornasse a costare intorno ai 30 dollari, come paventa Bloomberg, sarebbe una buona notizia per l’amministrazione Trump, la Federal Reserve oltre che per la BCE. L’America potrebbe continuare ad alzare i tassi a ritmi blandi, consentendo così al presidente americano di attuare (a debito) la politica fiscale espansiva promessa in campagna elettorale, composta da tagli alle tasse e spesa per le infrastrutture. Nell’Eurozona, Mario Draghi potrebbe tornare a respirare, rinviando l’appuntamento con la fine degli stimoli monetari, richiesto al più presto dalla Germania. (Leggi anche: Incubo inflazione, il piano B della BCE)

 

 

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Argomenti: Altre economie, Economia Europa, Economia USA, Economie Asia, Petrolio, Presidenza Trump, quotazioni petrolio