Petrolio: prezzi sperano in Obama, ma i sauditi lanciano segnali negativi

Le quotazioni del petrolio si erano riscaldate sull'annuncio di Barack Obama, ma i sauditi contribuiscono a spegnere l'entusiasmo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le quotazioni del petrolio si erano riscaldate sull'annuncio di Barack Obama, ma i sauditi contribuiscono a spegnere l'entusiasmo.

Nonostante le scorte di petrolio negli USA siano state stimate ieri in rialzo di 3,6 milioni di barili al termine della settimana scorsa da parte dell’American Petroleum Institute, è bastata una dichiarazione del presidente uscente Barack Obama per riportare il segno più ai prezzi, che fino a un istante prima che parlasse segnavano un calo di oltre l’1% nel pomeriggio di ieri, anche se la fiammata è durata poco. Che cosa ha detto di così importante? Ha annunciato che non concederà nuove autorizzazioni per trivellare le acque del Mar Artico, venendo incontro alle richieste degli ambientalisti. Per quanto la posizione del presidente eletto Donald Trump sia di segno contrario, gli analisti stimano che ci vorranno mesi o anni, perché il blocco della Casa Bianca di oggi venga rimosso. (Leggi anche: Petrolio, prezzi spinti da Trump in alto o in basso?)

Eppure, il mercato avrebbe fatto bene ieri a porre maggiore attenzione alle parole pronunciate dal principe saudita Alwaleed bin Talal, che nel corso di un’intervista a Bloomberg, non ha escluso del tutto la fine del “peg” tra rial e dollaro, sostenendo che, in ogni caso, potrebbe essere una soluzione di ultima istanza, da adottare magari tra due o tre anni.

Peg saudita a rischio?

Perché le parole del principe dovrebbero essere colte dagli investitori? Perché il peg, tenendo fermo il cambio con il dollaro della valuta saudita a un cambio di 3,75 sin dal 1985, non consente a Riad di compensare con un deprezzamento in stile rublo le perdite derivanti dalla vendita di greggio con quotazioni crollate al 40% di quelle di metà 2014.

Il solo fatto che un esponente della monarchia saudita paventi un “de-peg”, come nei giorni scorsi è avvenuto in Egitto con la lira, implica che il regno metta in conto di utilizzare come arma estrema, ma probabile, la svalutazione per rimpinguare le casse statali, le cui entrate dipendono ancora per quasi i tre quarti dal petrolio. Se ciò è vero, significa anche che i leader dell’OPEC non confidano in un recupero sostanziale delle quotazioni del greggio. (Leggi anche: Petrolio, quotazioni in ribasso sul cigno nero saudita)

 

 

 

IPO Aramco entro inizio 2018

Consideriamo anche che entro i prossimi 18 mesi dovrebbe essere esercitata l’IPO di Aramco, la compagnia petrolifera stabile saudita, di cui sarebbe ceduto il 5% sul mercato per un valore stimato intorno ai 100 miliardi di dollari, sufficiente a coprire oltre un anno di disavanzo fiscale del paese. Insomma, tra privatizzazioni, riserve valutarie ancora elevatissime e possibile”de-peg”, Riad non ha fretta e può concedersi il lusso di attendere con tutta calma la risalita dei prezzi energetici. Non è un buon segnale, alla vigilia del vertice OPEC di fine novembre, che dovrebbe trovare un accordo al suo interno per tagliare la produzione a 32,5-33 milioni di barili al giorno.

In mattinata, le quotazioni del Brent erano in calo dello 0,51% a 46,39 dollari, quelle del Wti americano dello 0,42% a 45,38 punti, sostanzialmente intorno ai valori di una settimana fa, ma in risalita dai minimi toccati il lunedì. (Leggi anche: Petrolio, prezzi sotto 45 dollari e sauditi implorano accordo OPEC)

 

 

 

 

 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Altre economie, Arabia Saudita, Crisi materie prime, Economia Europa, Economia USA, Economie Asia, Petrolio, quotazioni petrolio