Petrolio, prezzi saranno spinti da Trump in alto o in basso?

Le quotazioni del petrolio risentiranno del nuovo corso negli USA con la presidenza Trump? Pare di sì, ma vediamo in qualche direzione andrebbero.

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Le quotazioni del petrolio risentiranno del nuovo corso negli USA con la presidenza Trump? Pare di sì, ma vediamo in qualche direzione andrebbero.

I prezzi del petrolio si sono attestati ieri nel range 45-47 dollari al barile, non risentendo granché dei numeri pubblicati dall’Agenzia energetica internazionale (IEA) con il report mensile, secondo cui la produzione di greggio a ottobre è salita di 800.000 barili al giorno al record di 97,8 milioni, trainata dalla maggiore offerta dell’OPEC, che ha raggiunto i 33,83 milioni. Poiché l’istituto ha mantenuto invariata la previsione di un aumento della domanda di 1,2 milioni di barili al giorno, ciò implicherebbe che l’eccesso di offerta potrebbe durare fino a parte dell’anno prossimo, quando la produzione non-OPEC è attesa ora in crescita di mezzo milione di barili al giorno, quando in precedenza se ne stimava un calo di 900.000 barili.

A questo punto, vale la pena di chiedersi quali effetti possa avere sui prezzi del petrolio la presidenza Trump. Già prima della sua vittoria, la IEA aveva alzato le stime sulla produzione USA da 8,73 a 8,84 milioni di barili al giorno per quest’anno e da 8,59 a 8,73 milioni per l’anno prossimo. (Leggi anche: Prezzo petrolio su o giù se vince Trump?)

La politica energetica di Trump

Trump è un sostenitore del “fracking”, avendo sostenuto in campagna elettorale che gli USA sarebbero seduti su un tesoro da 50.000 miliardi di dollari, che egli intenderebbe sfruttare appieno. Come? Allentando i divieti sulle trivellazioni, concedendo maggiori autorizzazioni anche per l’off-shore e eliminando qualsivoglia divieto per le esportazioni di greggio americano all’estero.

Tuttavia, il senso complessivo di queste misure sarebbe un calo dei prezzi nel medio-lungo termine, dato che la produzione americana salirebbe e aumenterebbe l’offerta globale. Allo stesso tempo, però, resta da vedere quale sia la sua reale posizione su paesi come Arabia Saudita e Iran. In campagna elettorale, il presidente eletto ha attaccato entrambi i paesi, minacciando di bandire le importazioni saudite per il sostegno di Riad all’ISIS e di stracciare l’accordo con Teheran sul nucleare, che ha consentito la rimozione dell’embargo contro le sue esportazioni petrolifere. (Leggi anche: Iran, è accordo sul nucleare)

 

 

 

Stracciato l’accordo di Parigi?

Immaginiamo un secondo che attuasse entrambi i propositi: l’embargo contro il greggio saudita si tradurrebbe in un aumento dell’eccesso di offerta nel breve termine, perché il regno dovrebbe vendere ad altri paesi qualcosa come oltre un milione di barili al giorno, ma accrescendo così la concorrenza in Asia ed Europa.

Al contrario, il ripristino dell’embargo all’Iran ridurrebbe le esportazioni di Teheran di un importo equivalente allo sbocco perduto da Riad in America, per cui l’effetto globale complessivo potrebbe risultare nullo.

Difficile, però, che accada l’una o l’altra situazione, mentre è più probabile che Donald Trump si muova con maggiore autonomia in politica energetica, rispetto sia all’OPEC, sia agli impegni assunti dagli USA per fermare i cambiamenti climatici. La presidenza repubblicana potrebbe contraddistinguersi per un abbandono degli obiettivi stipulati alla Conferenza di Parigi per tagliare le emissioni inquinanti e per un avvicinamento alla Russia di Vladimir Putin, al fine di creare un asse anti-OPEC. (Leggi anche: Obama lancia maxi-piano per tagliare le emissioni)

Nel complesso, guardando al lungo periodo, la politica di Trump in tema energetico potrebbe abbassare e non aumentare le quotazioni del petrolio, in virtù di una maggiore produzione consentita, solo parzialmente compensata da consumi maggiori a quelli stimati da qui ai prossimi decenni, per via del rallentamento nell’adozione di energie alternative.

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