Petrolio, prezzi al top da un anno: ecco come l’OPEC asseconda la speculazione

Il mercato del petrolio crede al rally dopo il vertice OPEC di fine settembre. Il cartello cambia la musica, ma i fatti restano gli stessi. Riuscirà l'Arabia Saudita a convincere gli investitori a credere nel taglio dell'offerta?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il mercato del petrolio crede al rally dopo il vertice OPEC di fine settembre. Il cartello cambia la musica, ma i fatti restano gli stessi. Riuscirà l'Arabia Saudita a convincere gli investitori a credere nel taglio dell'offerta?

I prezzi del petrolio segnalano oggi un trend incerto, avendo esordito nella nuova settimana di contrattazioni in calo, ma al momento avendo recuperato le perdite iniziali. Le quotazioni del Brent sono adesso in rialzo dello 0,23% a 52,05 dollari e quelle del Wti americano cedono lo 0,02% a 49,80 dollari, restando in ogni caso ai livelli più alti da un anno. E oggi ci sta mettendo del suo per sostenerli anche il ministro del Petrolio saudita, Khalid al-Falih, che non esclude che i prezzi possano risalire a 60 dollari entro l’anno.

Il potente ministro, in carica da pochi mesi, si è detto convinto che l’eccesso di offerta sul mercato si starebbe riassorbendo, chiarendo di essere più interessato a questo aspetto, che non ai prezzi in sé. Se avesse ragione, dovrebbero attenderci da qui alle prossime 10 settimane un nuovo rally del 20%, frutto di speculazione rialzista. (Leggi anche: Petrolio, prezzi sopra i 50 dollari dopo accordo OPEC)

Accordo OPEC sostiene speculazione mercato

Alla fine di settembre, ad Algeri l’OPEC ha trovato un accordo preliminare per congelare la produzione nel range di 32,5-33 milioni di barili al giorno, ovvero a 240-740 mila barili in meno rispetto ai livelli toccati in agosto dal cartello dei 14 paesi membri. Per quanto si tratterebbe di tagliare l’offerta di appena il 2%, i mercati hanno subito accolto benissimo la notizia, tanto che i prezzi sono cresciuti a doppia cifra dal giorno precedente al vertice informale.

E dire, che quanto esitato nella capitale algerina sarebbe tutt’altro che un’intesa granitica tra i produttori dell’OPEC. Per prima cosa, non si capisce cosa faranno paesi come Iran, Libia e Nigeria, tutti alle prese con gravi interruzioni delle estrazioni in alcuni loro pozzi nel recente passato, nessuno intenzionato a contenere la propria produzione per ragioni di mercato globale. Se mantenessero invariata la loro offerta ai livelli attuali, si renderebbe necessario per gli altri 11 membri tagliare la produzione più marcatamente, ma considerando che l’Indonesia sia un importatore netto di greggio e che il Venezuela debba semmai recuperare il crollo accusato nei mesi scorsi, nonostante reclami un taglio concordato, l’onere ricadrebbe essenzialmente su 9 paesi, cioè su Arabia Saudita e Iraq, entrambi indisponibili a cedere quote di mercato all’odiato avversario iraniano. (Leggi anche: Petrolio, ottimismo eccessivo su accordo OPEC)

 

 

 

Russia non taglia produzione

La Russia ha confermato per bocca del suo ministro Alexander Novak di non volere aderire all’accordo, alla vigilia di un incontro con i vertici dell’OPEC a Istanbul, convocato per rendere più efficace la strategia dell’organizzazione, puntando a coinvolgere il primo produttore energetico mondiale.

AGGIORNAMENTO: IL PRESIDENTE RUSSO VLADIMIR PUTIN A ISTANBUL SI è DETTO PRONTO, A SORPRESA, A CONGELARE O TAGLIARE LA PRODUZIONE DI GREGGIO.

E, tuttavia, da Riad è giunta voce che il regno, primo esportatore di greggio al mondo, sarebbe disposto a tagliare la produzione “fino a 400.000 barili al giorno”. L’espressione in sé non significa nulla, specie tenendo conto che negli ultimi mesi i sauditi hanno aumentato la produzione ai massimi storici, per cui si tratterebbe solamente di tornare ai livelli pre-estivi, quando il mercato era in sovrapproduzione. (Leggi anche: Arabia Saudita e crisi del petrolio)

Due mesi di riunioni OPEC

Ma tutto fa brodo, si direbbe, come avranno capito i sauditi, che a parole segnalano di volere sostenere i prezzi almeno fino a quei 60 dollari al barile, obiettivo minimo di paesi finanziariamente al collasso come il Venezuela. Poiché i fondamentali, però, non sono mutati in un paio di settimane e, anzi, l’eccesso di offerta sul mercato mondiale resta nei numeri, la nuova strategia mediatico-organizzativa dell’OPEC sembra la seguente: costellare da qui alla fine dell’anno il mercato di eventi potenzialmente “bullish”, in grado di alimentare speranze, per quanto basate sul nulla. (Leggi anche: Venezuela, collasso economico spingerà i prezzi?)

E così, dopo il vertice in Turchia tra OPEC e membri non-OPEC più importanti (USA, esclusi), ecco che il 28-29 del mese si terrà un nuovo incontro a Vienna, seguito da una successiva riunione per delineare “strategie a lungo termine” tra l’1 e il 4 di novembre, nonché da un incontro “tecnico”, sempre a Vienna, il 23-24 novembre. Non si esclude la convocazione del Comitato di Alto Livello, il giorno seguente, 25 novembre. Infine, le raccomandazioni saranno inviate al vertice formale del 30 novembre presso la capitale austriaca.

 

 

 

Nel breve sarà sostegno “a parole” ai prezzi

Dunque, tra ottobre e novembre, salvo sorprese, l’OPEC si è di fatto assicurata prezzi in crescita per il solo fatto che continuerà a trattare (o a fingere di farlo) un taglio della produzione. L’auspicio dei commedianti è che nel frattempo l’eccesso di offerta si auto-cancelli. Insomma, il cartello cerca di guadagnare tempo. E, intanto, lo stesso al-Falih chiarisce di non voler puntare a un tetto massimo fisso di produzione, ma ad un range flessibile, in modo da evitare possibili shock negativi dell’offerta. Come dire, che nel migliore dei casi vi sarà un target abbastanza ampio, da permettere a ciascuno di produrre secondo esigenze flessibili, ma in grado di creare ottimismo tra gli investitori. Almeno, nel breve.

 

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