Petrolio, prezzi a +5% con accordo OPEC: ma cambia davvero qualcosa?

L'accordo OPEC sostiene le quotazioni del petrolio, che salgono fino ai 48-49 dollari, ma il rally non sembra così robusto.

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L'accordo OPEC sostiene le quotazioni del petrolio, che salgono fino ai 48-49 dollari, ma il rally non sembra così robusto.

I prezzi del petrolio sono cresciuti del 5% in poche ore, dopo che il vertice OPEC di ieri ha esitato un inatteso accordo per cercare di sostenere le quotazioni, riducendo l’eccesso di offerta sul mercato. Il Brent viene ora venduto a 48,64 dollari e il Wti americano a 47,07 dollari al barile.

Ad Algeri, il cartello composto da 14 paesi produttori ha raggiunto un’intesa preliminare, in base alla quale taglierà la sua offerta congiunta di greggio a 32,5 milioni di barili al giorno, 750.000 in meno dei 33,24 milioni della media di agosto, stando all’ultimo report dell’organizzazione.

Affinché l’accordo sia finalizzato, è necessario attendere il vertice OPEC formale del 30 novembre prossimo. Tuttavia, il mercato ha già brindato, visto che nelle ore precedenti alla riunione vi era profondo scetticismo sull’esito. La sensazione è che l’intesa sia stata frutto più che altro del desiderio dei sauditi di non presentarsi a mani vuote dopo il vertice per evitare una reazione stizzita degli investitori. (Leggi anche: Vertice OPEC, accordo?)

Accordo OPEC dopo due anni

L’accordo arriva dopo due anni di vani tentativi da parte dei membri del gruppo di trovare una soluzione per sostenere i prezzi, passati dall’apice di 115 dollari del giugno 2014 ai minimi di meno di 30 dollari nel gennaio scorso. Esso segnala anche un cambio di strategia con il nuovo ministro del Petrolio saudita, Khalid al-Falih, insediatosi da sei mesi, al posto di Alì al-Naimi, che aveva sempre respinto qualsiasi richiesta di tagliare o “congelare” la produzione, sostenendo che il livello dei prezzi sarebbe stato ininfluente per Riad e che poco avrebbe potuto fare per ravvivare le quotazioni.

L’Arabia Saudita è il paese con il deficit pubblico più alto tra quelli del G-20, chiudendo quest’anno con un disavanzo fiscale attorno al 13,5% del pil, quando il suo rivale, l’Iran, ha un “buco” nei conti inferiore al 2,5%. Il governo saudita ha già attinto a 150 miliardi di dollari delle riserve valutarie negli ultimi due anni e ha annunciato un taglio degli stipendi pubblici, che appare piuttosto clamoroso per la storia del regno.

(Leggi anche: Petrolio, prezzi boom sulle voci di un intervento saudita)

 

 

 

Prezzi petrolio non si surriscaldano troppo

Ma davvero siamo in presenza di un accordo dirompente, in grado di cambiare il clima sui mercati e di imprimere una direzione stabilmente rialzista ai prezzi? Secondo Wells Fargo, da qui a un anno le quotazioni oscillerebbero in un range di 43-53 dollari, anche se l’accordo di ieri lascia intravedere che possano attestarsi per lo più nella parte medio-alta della forchetta.

La svolta di ieri è importante, perché arriva dopo due anni di ostentata volontà di non intervenire sui mercati da parte dei sauditi, ma i guadagni appaiono limitati, anche perché con prezzi a 50 dollari si riaffacciano quote di produzione negli USA, in Messico e in altre realtà produttive a più alto costo, di fatto riproponendo il problema dell’eccesso di offerta, a parità di condizioni sul fronte della domanda. (Leggi anche: Vertice OPEC davvero determinante?)

Accordo OPEC, cosa avverrà dentro al cartello

Con il crollo dei prezzi, sul mercato globale sono stati tagliati investimenti per mille miliardi di dollari, potenzialmente in grado di provocare una carenza di estrazioni nell’arco del prossimo decennio. L’accordo allontana una simile prospettiva.

Si tenga conto, però, che quand’anche tutti i membri dell’OPEC rispettassero l’assegnazione delle quote massime di produzione giornaliera, che avverrà alla fine di novembre, si tornerà semplicemente ai livelli di offerta dei mesi iniziali dell’anno. L’Arabia Saudita ha incrementato, infatti, la sua produzione ai massimi di sempre, toccando quasi i 10,7 milioni di barili al giorno. E l’Iran sarebbe escluso dall’accordo, puntando a tornare ai livelli pre-embargo, ovvero ad accrescere la propria offerta dai 3,6 milioni di barili al giorno attuali a 4,1-4,2 milioni.

 

 

 

Rally prezzi petrolio non sarà spinto

E la Russia è già salita ai massimi dal 1985, offrendo quotidianamente 11,1 milioni di barili, confermandosi primo produttore energetico mondiale. Da queste considerazioni deriva il dubbio che l’intesa di ieri sia un primo buon segnale, magari sufficiente a sostenere i prezzi nel breve termine, ma che non garantisca alcuna prospettiva nell’arco dei mesi, potendo incoraggiare l’aumento dell’offerta al di fuori del cartello.

In assenza di variazione dei fondamentali economici, non dovremmo assistere a un rally sostenuto al di sopra dei 50 dollari. (Leggi anche: Petrolio, mercato non in equilibrio per tutto il 2017)

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