Petrolio: prezzi sotto i 45 dollari e adesso i sauditi implorano un accordo OPEC

Le quotazioni del petrolio si riportano sotto i 45 dollari, ma la discesa potrebbe essere ancora più irruenta, se l'accordo OPEC non fosse raggiunto a fine mese sul taglio dell'offerta.

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Le quotazioni del petrolio si riportano sotto i 45 dollari, ma la discesa potrebbe essere ancora più irruenta, se l'accordo OPEC non fosse raggiunto a fine mese sul taglio dell'offerta.

I prezzi del petrolio scendono sotto i 45 dollari al barile, segnando un calo mensile del 14% per le quotazioni del Brent e del Wti americano, oggi scesi rispettivamente a 44,57 e 43,19 dollari al barile. L’ondata dei ribassi di queste ultime sedute ha anche a fare con il rafforzamento del dollaro, che ha guadagnato mediamente nell’ultimo mese il 2,3% contro le principali valute del pianeta, ancora di più nell’ultima settimana.

Un biglietto verde più forte rende il greggio più costoso per gli acquirente non americani, riducendone la domanda e deprimendone le quotazioni.

I cali sono associati anche al crescente pessimismo sull’accordo OPEC al vertice di Vienna di fine mese, quando dovrebbe essere concordato un taglio della produzione tra i membri del cartello a 32,5-33 milioni di barili al giorno dai 33,64 milioni di ottobre (+240.000 su settembre). (Leggi anche: Accordo OPEC si allontana, voto USA cambia scenario)

Offerta di petrolio in crescita

Le cose, però, non stanno andando nella direzione auspicata dall’Arabia Saudita, che dopo un biennio passato a resistere alle richieste degli alleati per un taglio dell’offerta, adesso sembra il paese maggiormente impegnato a raggiungere tale obiettivo, nonostante i principali players dell’organizzazione segnalino, addirittura, di aumentare le proprie estrazioni.

L’Iran, ad esempio, ieri ha aperto tre pozzi, la cui produzione complessiva sarebbe di 220.000 barili al giorno, contribuendo ad accrescere l’offerta globale, insieme a Libia, Nigeria e Iraq. Negli USA stessi, i siti estrattivi attivi sono aumentati di due unità nel corso della settimana scorsa, anche in questo caso segnalando un lento recupero della produzione nei pozzi abbandonati nei mesi precedenti. (Leggi anche: Petrolio, accordo OPEC di facciata)

 

 

 

L’OPEC deve inviare un messaggio a Trump

Il ministro del Petrolio saudita, Khalid al-Falih, ha fatto appello al resto del cartello, affinché sia raggiunto a fine mese “categoricamente” un accordo per tagliare la produzione. Come mai questo cambio di passo? Due gli obiettivi strategici del leader del cartello: impedire che l’Iran torni ai livelli pre-embargo e diventi un concorrente temibile sui mercati asiatici; evitare che gli USA tornino ad incrementare l’offerta di “shale”, che è stata colpita nell’ultimo anno, grazie alle basse quotazioni internazionali.

L’America è diventata nuovamente temibile su questo punto, dopo l’elezione alla presidenza di Donald Trump, che ha tra i punti programmatici regole meno stringenti a sostegno delle estrazioni. L’OPEC dovrà dimostrare al nuovo presidente, prima ancora che s’insedi alla Casa Bianca a gennaio, di essere ancora il vero attore globale sul mercato petrolifero e deve, pertanto, mostrarsi compatto.

Tuttavia, se Riad riuscisse a strappare un accordo al resto del cartello, i prezzi risalirebbero probabilmente sopra i 50 dollari al barile, ma incentiverebbero il “fracking”, paradossalmente assecondando i piani di Trump. La situazione appare così compromessa, che Forbes paventa un ritorno ai livelli di inizio anno, quando il greggio arrivò a costare tra i 25 e i 30 dollari al barile, nel caso in cui l’accordo non fosse raggiunto. Forse, anche in previsione di un simile rischio, i sauditi adesso ricercano l’intesa. (Leggi anche: Petrolio, sauditi pronti anche ad aumentare produzione)

 

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