Petrolio, prezzo sotto i 40 dollari: quant’è alto il rischio deflazione nell’Eurozona?

Rischio deflazione di nuovo in auge nell'Eurozona con il petrolio a 40 dollari. Vediamo quanto sarebbe probabile una discesa dei prezzi nell'area.

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Rischio deflazione di nuovo in auge nell'Eurozona con il petrolio a 40 dollari. Vediamo quanto sarebbe probabile una discesa dei prezzi nell'area.

Le quotazioni del petrolio sono scese ieri per la prima volta dall’aprile scorso sotto i 40 dollari al barile. Il prezzo del Wti americano è scivolato, infatti, intorno ai 39,50 dollari, mentre quello del Brent si è tenuto al di sopra della soglia psicologica. Al momento, il mercato registra per il primo una risalita in area 39,80 dollari e per il secondo a 42,10 dollari.

La debolezza è legata alle prospettive sempre meno incoraggianti per l’economia mondiale. Il Giappone ha varato ieri nuovi stimoli fiscali contro il rallentamento della sua crescita e il rischio deflazione, ma il piano del governo Abe è risultato inferiori alle speculazioni dei giorni scorsi.

Inflazione Eurozona già azzerata

Ad ogni modo, determinante per il prosieguo delle contrattazioni sarà il dato sulle scorte USA al termine della settimana scorsa, attese in calo dagli analisti, comprese stavolta anche quelle della benzina. E, però, restano di gran lunga sopra la media del periodo, a conferma che nemmeno la stagione estiva, caratterizzata da un aumento dei consumi di carburante, starebbe riducendo l’eccesso di offerta sul mercato americano.

La nuova ondata di ripiegamento delle quotazioni sui 40 dollari (gli analisti scommettono su una discesa fino ai 35 dollari) complica i piani del governatore della BCE, Mario Draghi, per fare risalire l’inflazione nell’Eurozona al target di quasi il 2% nel medio termine. A luglio, la crescita tendenziale dei prezzi nell’area è stata di appena lo 0,2%, ma in decisa risalita dal -0,2% toccato in aprile. In quel mese, l’economia europea risentiva del crollo dei prezzi energetici all’inizio dell’anno ai minimi dal 2003.

AGGIORNAMENTO ORE 17.00: Contrariamente alle attese di un calo di 900.000 barili, le scorte USA al termine della settimana scorsa risultano salite per il Dipartimento dell’Energia di Washington di 1,413 milioni di barili a 522,546 milioni. In calo di 3,262 milioni di barili gli stock di benzina, contro un ribasso atteso di 10 volte più basso. Dopo essere scese sotto i 40 dollari, le quotazioni del Wti sono risalite a 40,20 dollari, mentre il Brent accelera a 42,42 dollari.

 

 

 

Rischio deflazione in autunno?

Possiamo, quindi, notare come i prezzi finali dei beni e dei servizi incorporino le variazioni dei prezzi energetici con un ritardo temporale di un paio di mesi.

Il dato positivo, seppur di pochissimo, di giugno e luglio, infatti, rispecchiano il rally delle quotazioni della primavera, quando sono salite di circa il 90% dai minimi toccati tra gennaio e febbraio.

E’ probabile che l’inflazione resti, pertanto, positiva nell’Eurozona anche nel mese in corso, mentre una nuova ondata di deflazione potrebbe arrivare dopo l’estate. Su base annua, già oggi il Brent viene venduto a quasi il 20% in meno, mentre il cambio euro-dollaro appare stabile.

Effetto cambio

Nel bimestre agosto-settembre dello scorso anno, mediamente il Brent è stato venduto a un prezzo di poco superiore ai 48 dollari e a un tasso di cambio di 1,1192. Tradotto nella nostra divisa, significa che abbiamo pagato il greggio a circa 43,20 euro.

Al momento, siamo poco sotto i 40 euro al barile, tenuto conto del cambio euro-dollaro in area 1,12. Di questo passo, il rischio deflazione tornerebbe ad affacciarsi, anche se risulterà decisiva probabilmente l’eventuale divaricazione della politica monetaria tra USA ed Eurozona.

 

 

 

Divergenza tra Fed e BCE

A settembre, è poco probabile che la Federal Reserve alzi i tassi USA, anche se potrebbe rafforzare le ipotesi di una nuova stretta entro l’anno. Allo stesso tempo, Draghi dovrebbe potenziare gli stimoli monetari e ciò indebolirebbe l’euro contro il dollaro.

Ma a parità di quotazioni del petrolio, difficilmente il solo effetto cambio potrebbe essere in grado di attutire il colpo della discesa dei prezzi, specie se si dovesse realmente scendere tra i 35 e i 40 dollari al barile. Il cambio euro-dollaro, infatti, resterebbe in ogni caso al di sopra di 1,05, se non a ridosso della soglia di 1,10, segnalando una variazione non significativa ai fini di cui sopra.

Variazioni cambio euro-dollaro insufficienti

Si consideri, infine, che l’apprezzamento del dollaro contro le principali valute del pianeta indebolirebbe in sé le quotazioni del greggio, in quanto colpirebbe la domanda, specie tra le economie emergenti come la Cina.

In sintesi: il cambio euro-dollaro potrebbe deprezzarsi nelle prossime settimane, ma non in misura tale da compensare la variazione tendenziale negativa dei prezzi del Brent. Una sosta delle quotazioni intorno ai 40 dollari spegnerebbe l’inflazione nell’unione monetaria e potrebbe trascinarla anche sotto lo zero in pieno autunno.

 

 

 

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