Petrolio, perché l’accordo russo-saudita non frenerà la crisi dei prezzi

L'accordo sul petrolio tra Arabia Saudita e Russia non convince, perché lascerebbe inalterato l'eccesso di offerta sul mercato.

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L'accordo sul petrolio tra Arabia Saudita e Russia non convince, perché lascerebbe inalterato l'eccesso di offerta sul mercato.

Russia e Arabia Saudita lasceranno la produzione di petrolio ai livelli di gennaio. L’annuncio è stato dato dal ministro del Petrolio di Riad, Alì al-Naimi, al termine di un colloquio a porte chiuse con il collega di Mosca, Alexander Novak, a Doha. Si apprende anche che all’accordo partecipano pure Qatar e Venezuela. L’incontro di oggi arriva dopo settimane di forti pressioni sui sauditi da parte del ministro del Petrolio di Caracas, Eulogio Del Pino, preoccupato per il crollo delle quotazioni sotto i 30 dollari al barile, perché l’economia venezuelana, già in difficoltà prima che il greggio fosse attraversato dalla crisi, è ormai praticamente al collasso, priva di dollari per le importazioni.

Produzione greggio congelata

L’annuncio di questa mattina “congela”, quindi, l’output di Russia, Arabia Saudita, Venezuela e Qatar ai livelli del mese scorso, quando i quattro hanno estratto in media al giorno rispettivamente 10,9, 10,2, 2,4 e 0,68 milioni di barili. All’intesa non hanno partecipato, per quanto ne sappiamo, paesi del calibro dell’Iraq e l’Iran. Stando così le cose, l’accordo non risolverebbe alla radice il problema della crisi delle quotazioni, dato che l’eccesso di offerta rimarrebbe intatto. Semmai, si eviterebbe che cresca ulteriormente. La IEA (“International Energy Agency”) ha rivisto al rialzo la settimana scorsa l’eccesso di offerta stimato per il primo semestre del 2016 a 1,75 milioni di barili al giorno dagli 1,5 milioni attesi con il report di gennaio.    

Quotazioni petrolio reagiscono negativamente

Affinché l’accordo abbia effetti pratici sui prezzi, esso dovrebbe essere credibilmente vincolante e dovrebbe prevedere un taglio della produzione, non una sua limitazione ai livelli elevati del mese scorso, quando l’OPEC ha estratto 32,6 milioni di barili al giorno, circa 1,1 milioni in più del target informalmente perseguito.

Che il mercato stia accogliendo con freddezza l’esito del mini-vertice tra sauditi e russi lo dimostra l’andamento delle quotazioni del Brent e del Wti americano. Il primo è passato dai 35,45 dollari al barile a 33,99 dollari in meno di un paio di ore, riducendo i guadagni all’1,80%. Il secondo è passato dai 31,13 ai 29,78 dollari, segnando ancora un rialzo dello 0,9%.

Che faranno gli altri big?

Saranno d’ora in avanti 2 i dati essenziali a cui guardare per monitorare la direzione del mercato: il livello delle scorte accumulate dagli aderenti all’accordo; i livelli di produzione dei paesi esterni ad esso. Se Arabia Saudita e Russia continueranno ad aumentare le loro scorte di greggio, ciò segnalerebbe possibili estrazioni al di sopra dei livelli concordati, ma momentaneamente accantonate per non deprimere il mercato. Sarebbe la spia, però, di un’intesa potenzialmente di corto respiro, magari destinata a non reggere più al primo deciso rialzo delle quotazioni. Quanto agli altri produttori, bisognerà guardare, in particolare, a Iraq, Iran e USA. Sono queste le economie, che potrebbero approfittare sin da subito della mancata crescita della produzione da parte degli aderenti all’accordo, confidando in un aumento dei prezzi per aumentare la loro offerta complessiva. Non solo ciò potrebbe spegnere sin da subito qualsiasi speranza di una risalita delle quotazioni, ma spingerebbe gli stessi russi e sauditi a replicare con un aumento “a sorpresa” dei loro livelli produttivi, al fine di non cedere quote di mercato alla concorrenza.      

Sauditi non hanno interesse a fermare subito la crisi

Ma allora che significato ha l’accordo appena annunciato? Esso potrebbe essere inteso come la risposta alle richieste pressanti dei membri dell’OPEC più in difficoltà su Riad, che avendone la leadership, non può ignorare le lagnanze dei partner minori. Dal canto suo, la Russia spererebbe realmente in una risalita dei prezzi, ma a patto che si facciano carico tutti del taglio della produzione.

Formalmente, questa è sempre stata anche la posizione dell’Arabia Saudita, che in cuor suo, però, spera che la crisi perduri, in modo da provocare abbastanza dolore alle compagnie americane, affinché desistano dal proseguire ad investire nello “shale”. Grazie a un cuscinetto di 630 miliardi di dollari di riserve, la monarchia dei Saud può fronteggiare ancora a lungo questa fase negativa per il mercato del greggio, a differenza di quasi tutti i concorrenti, che hanno bisogno di un’inversione di tendenza il prima possibile. Un vantaggio, che diverrà tale per i sauditi, solo se la crisi inizierà a “bruciare” cash operativo dei paesi concorrenti, spingendoli a tagliare la produzione.    

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