Petrolio, OPEC condannata a fare un altro passo indietro

L'OPEC dovrà tagliare di altri sei mesi la produzione di petrolio, non avendo alternative percorribili. La debolezza delle quotazioni internazionali rispecchia lo stravolgimento geo-politico in atto.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'OPEC dovrà tagliare di altri sei mesi la produzione di petrolio, non avendo alternative percorribili. La debolezza delle quotazioni internazionali rispecchia lo stravolgimento geo-politico in atto.

La discesa dei prezzi del petrolio ai livelli più bassi da fine novembre, con il Brent arrivato fino a un minimo di 46,60 dollari e il Wti americano a 43,40 dollari, segnala i rischi a cui le economie produttrici s’imbatteranno nei prossimi mesi, se l’OPEC non sarà capace di estendere di altri sei mesi l’accordo sul taglio della produzione per complessivi 1,2 milioni di barili al giorno, di cui il 40% a carico della sola Arabia Saudita, che dal gennaio scorso ha ridotto la sua offerta quotidiana più di quanto avrebbe dovuto. E’ bastato un tentennamento della Russia a fare vacillare le quotazioni internazionali. Mosca non fa parte del cartello, ma vi collabora dall’esterno e cinque mesi fa decise di aderire al taglio con -300.000 barili al giorno, oltre la metà degli impegni assunti da altri dieci paesi esterni all’OPEC.

Mentre i sauditi tagliavano la loro offerta, gli iracheni non riuscivano a ridurre la loro dei 210.000 barili al giorno richiesti, mentre gli iraniani, esentati, la aumentavano al massimo consentito dall’accordo di 3,8 milioni di barili quotidiani. E le compagnie petrolifere americane hanno incrementato le loro estrazioni di 523.000 barili al giorno quest’anno, tornando ai massimi dall’agosto 2015 e poco sotto il record di 9,6 milioni della primavera di due anni fa. (Leggi anche: Prezzi petrolio verso i 45 dollari, vediamo perché)

Sauditi i veri sconfitti per ora

Di fatto, mentre l’OPEC riduceva la produzione, la sua quota di mercato si assottigliava, seppur di poco, e specie in Asia a vantaggio di economie come gli USA, che grazie al boom dello “shale” stanno insidiando produttori leader come sauditi e russi. Riad sembra ad oggi il vero “loser” del tonfo delle quotazioni e del conseguente accordo per sostenerle. Non sono riusciti i sauditi a stabilizzare i prezzi su livelli accettabili, nonostante si siano sacrificati più di tutti. Un remake di quanto avvenne un trentennio fa, quando dopo aver tagliato la produzione, assistettero ugualmente a un crollo delle quotazioni a 10 dollari, poiché il Nord Europa, in particolare, ne approfittò per aumentare le proprie estrazioni.

L’America è riuscita in poco tempo ad abbassare il suo “break-even”, ovvero il prezzo minimo compatibile con la copertura integrale dei costi, che oggi si attesterebbe intorno o poco sotto i 45 dollari, suggerendo la capacità delle compagnie petrolifere a stelle e strisce di resistere anche a una fase prolungata di basse quotazioni. I sauditi, leader dell’OPEC e con costi di produzione di pochi dollari al barile, utilizzano i ricavi per finalità pubbliche, tanto da avere accusato un’esplosione del deficit statale dal 2015 in poi, successivamente alla crisi delle quotazioni. Essi non possono permettersi un nuovo schianto sotto i 40 dollari, altrimenti sarebbe a rischio l’IPO di Aramco, la compagnia petrolifera nazionale, che dovrebbe giungere entro la fine dell’anno prossimo, ma che con prezzi bassi ridurrebbe di molto la valutazione del mercato, facendo introitare alla monarchia meno dei 100 miliardi attesi dalla cessione del 5%. (Leggi anche: Petrolio vale davvero $2.000 miliardi per i sauditi?)

Leadership OPEC vacilla

L’OPEC si trova, quindi, in trappola: se agisce, dovrà sobbarcarsi il costo di una stabilizzazione del mercato mondiale del greggio, accettando una riduzione della propria quota sul totale. Per questo, chiede che almeno il sacrificio venga condiviso dai principali partner esterni, USA esclusi. Ciò evidenzia, però, la perdita di centralità dell’organizzazione con sede a Vienna, la quale non riesce più a fare il bello e il cattivo tempo, come accadde con la crisi petrolifera negli anni Settanta.

D’altra parte, se non agisse, dovrebbe subire gli effetti di un crollo delle quotazioni energetiche a livelli non sostenibili per monarchie e stati semi-dittatoriali appartenenti al cartello, che non avrebbero forse il tempo di attendere un riequilibrio del mercato. In particolare, a rischio vi sarebbero economie come quella già collassata del Venezuela, sull’orlo di una guerra civile, o della Nigeria, ma anche tutto il Golfo Persico sarebbe attraversato da tensioni popolari, dopo avere schivato la Primavera Araba del 2011. (Leggi anche: Golfo Persico, petrolio fino a 95 dollari per evitare la crisi fiscale)

Per questo, alla riunione di fine maggio, con o senza intesa con gli altri partner esterni, l’OPEC dovrà estendere di altri sei mesi il taglio alla produzione, scegliendo il male minore e dimostrando ancora una volta di non essere più in grado di tracciare il percorso da seguire per l’intero mercato mondiale del greggio. La debolezza delle quotazioni rispecchia ormai uno scombinamento geo-politico, con l’America e la Russia sempre più influenti sull’oro nero e il Medio Oriente sempre meno.

 

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Argomenti: Altre economie, Arabia Saudita, Economia Europa, Economia USA, Economie Asia, Petrolio, quotazioni petrolio

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