Petrolio in calo del 4% sul dietrofront saudita sull’accordo con la Russia

Quotazioni del petrolio in forte calo sulle novità dall'Arabia Saudita. Il rally delle settimane scorse sembra destinato a cessare.

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Quotazioni del petrolio in forte calo sulle novità dall'Arabia Saudita. Il rally delle settimane scorse sembra destinato a cessare.

Le quotazioni del petrolio si accingono a chiudere la settimana di contrattazioni in forte calo, perdendo quasi il 4%. Il prezzo del Wti americano cede al momento il 3,65%, scendendo a 36,94 dollari, quello del Brent il 3,97% a 38,73 dollari. Alla base di questo deciso ripiegamento ci sono diverse notizie. La prima è in sé positiva e arriva dagli USA, dove a marzo sono stati creati 215.000 nuovi posti di lavoro, più dei 205.000 attesi dagli analisti.

Il miglioramento dell’occupazione rende più probabile un aumento dei tassi USA nei prossimi mesi, nonostante le parole “dovish” pronunciate dal governatore della Federal Reserve, Janet Yellen. E la previsione di una seconda stretta americana più vicina sta rafforzando in queste ore il dollaro, che mediamente guadagna lo 0,2% contro le principali valute (ma cede lo 0,12% contro l’euro). Poiché il greggio si compra in dollari, quando la divisa americana si rafforza, il suo prezzo tende a diminuire sul mercato, in quanto la materia prima diventa più costosa per i clienti non americani. In verità, la causa principale del forte calo di queste ore è l’Arabia Saudita. Il Principe Mohammed bin Salman, considerato il vero detentore del potere nel regno, malgrado la sua giovane età (30 anni), ha dichiarato poco fa che Riad intende congelare la produzione ai livelli del gennaio scorso, solo se farà lo stesso l’Iran. Si tratta di un passo indietro clamoroso, rispetto all’accordo siglato a febbraio con la Russia, oltre che con il Qatar e il Venezuela.

Iran non aderirà all’accordo

  D’altra parte, Teheran ha chiarito che accetta l’invito di presenziare al vertice tra i produttori dell’OPEC e di quelli esterni all’Organizzazione più rilevanti (USA esclusi), ma di non avere intenzione di aderire all’intesa, in quanto appena uscita dalle sanzioni, puntando ad incrementare le sue esportazioni, come già sta facendo, avendo aumentato la sua produzione a 3,2 milioni di barili al giorno, circa mezzo milione in meno dei livelli pre-embargo del 2011. Dunque, quella del Principe saudita sembra quasi una provocazione, ben consapevole che il suo arci-nemico sullo scacchiere geo-politico nel Medio Oriente non lo seguirà.

Sta di fatto che a marzo, la produzione OPEC è salita di 100 mila barili al giorno a 32,47 milioni, nonostante abbia retto il patto russo-saudita.      

IPO Aramco confermata al 2018

Ma c’è un altro annuncio di Riad, che non va certo nella direzione di un sostegno nel breve termine ai prezzi del greggio. Il Principe ha confermato l’intenzione di quotare in borsa entro il 2018 il 5% di Aramco, la compagnia petrolifera statale saudita. Il suo valore di mercato è stimato in 2.133 miliardi di dollari e sarebbe l’IPO più gigantesca mai avvenuta al mondo. Perché la quotazione di Aramco è una notizia “bearish” per il petrolio? Perché essa serve a fare cassa e a tamponare il deficit fiscale, salito al 15% del pil nel 2015 e atteso intorno a questa percentuale anche per l’anno in corso. Considerando che il valore dell’IPO sarebbe complessivamente di oltre 3 volte il pil del regno, l’operazione segnala che i sauditi mirano a riequilibrare i conti pubblici nel medio termine non confidando nella risalita delle quotazioni – cosa, che potrebbe realizzarsi solo con una loro azione incisiva, data l’alta quota di mercato detenuta – bensì, attraverso la vendita in borsa del “gioiello” di famiglia, in grado di attutire qualsivoglia crisi fiscale anche minima nel paese per decenni. Stando così le cose, il vertice di Doha sarà perfettamente inutile, ma va detto che le attese della vigilia sono state ad oggi scioccamente elevate. E’ chiaro che se l’Arabia Saudita non tenesse fede all’impegno di non aumentare la produzione, la reazione di Mosca sarebbe immediata. E con questi chiari di luna, il +40% ancora registrato dalle quotazioni rispetto ai minimi di inizio anno sarebbe destinato almeno in parte ad evaporare, considerando che già l’accordo prospettato poche settimane fa tra Riad e Mosca fosse insufficiente ad assorbire l’eccesso di offerta.

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