Petrolio in altalena, ecco le previsioni dopo il vertice di Doha

Quotazioni del petrolio in altalena, in attesa del vertice di Doha. Ma cosa accadrà dal 18 in poi? Ecco le previsioni possibili.

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Quotazioni del petrolio in altalena, in attesa del vertice di Doha. Ma cosa accadrà dal 18 in poi? Ecco le previsioni possibili.

Sono risalite lievemente le quotazioni del petrolio, dopo che i dati del Dipartimento dell’Energia di Washington hanno segnalato un calo di 4,9 milioni di barili delle scorte negli USA. Gli analisti si aspettavano ancora una volta una loro crescita. E ieri, il rappresentante del Kuwait per l’OPEC, Nawal al-Fuzaia, ha dichiarato che ci sarebbero tutti i segnali, per cui al vertice del 17 aprile a Doha si avrà un accordo tra i produttori di greggio principali del pianeta, sia interni che esterni al cartello.

Le parole del Kuwait vanno nella direzione opposta a quelle proferite meno di una settimana fa dal Principe Mohammed bin Salman, secondo cui l’Arabia Saudita non “congelerà” la sua produzione, a meno che lo stesso non faccia l’Iran. E a sua volta, Teheran si è tirata fuori dall’accordo, mirando a riportare le sue esportazioni ai livelli pre-embargo.

Vertice Doha sarà “non evento”?

C’è un’altra notizia, che lascia perplessi, quando ci avviciniamo al vertice di Doha. Sauditi e kuwaitiani hanno concordato il ripristino della produzione in un’area di frontiera tra i due paesi, definita “neutrale”, dove i pozzi avrebbero una capacità pari a 300.000 barili al giorno. Il gesto appare quasi una sfida all’intesa sottoscritta meno di due mesi fa proprio da Riad e che coinvolge anche Russia, Venezuela e Qatar. A differenza di quanto sostenuto dal rappresentante del Kuwait, i segnali andrebbero un po’ tutti nella direzione di un mancato accordo. Quello di Doha tra due domeniche potrebbe rivelarsi l’ennesimo “non evento” di quest’ultimo anno e mezzo, nonostante sia stato caricato di aspettative, tali da avere innescato sul mercato un meccanismo di “stop and go” per le quotazioni. Oggi, il prezzo del Wti sale di 17 centesimi a 37,92 dollari, quello del Brent di 9 centesimi a 39,93 dollari al barile.      

Previsioni petrolio dal 18 aprile

A questo punto, vale la pena chiedersi cosa accadrà dal lunedì 18, nel caso che un’intesa tra i big si trovi o meno. E’ evidente che un congelamento della produzione, almeno tra i grandi estrattori del pianeta, avrebbe come effetto un sostegno alle quotazioni.

Già, ma fino a quale punto? Considerando che queste risultavano scese intorno ai 26-30 dollari soltanto due mesi e mezzo fa e che da allora è scattata una corsa, che ha portato a una loro risalita fino al 55%, è difficile immaginare che riescano a sfondare la barriera dei 45 dollari. Almeno, non senza un miglioramento dei fondamentali. Congelare la produzione ai livelli del gennaio scorso, infatti, fa prevedere sì un mancato aumento dell’eccesso di offerta sul mercato globale, ma non un suo riassorbimento. E ad oggi, ci sarebbero mediamente 1,5 milioni di barili al giorno di greggio in più rispetto alla domanda. Se quest’ultima non risale, non sarà sufficiente che la prima rimanga ferma, anche perché il livello delle scorte continua a crescere. Negli USA sfiora i 530 milioni di barili, record storico, mentre nell’intero pianeta sarebbe oltre i 3 miliardi di barili ed entro la fine dell’anno salirebbe a 3,3 miliardi.

Rischi per comparto azionario

Le scorte sono produzione accantonata, sintomo di una domanda insufficiente ad assorbirla interamente e preludio di un incremento dell’offerta con la risalita dei prezzi. E cosa accadrebbe, invece, se al vertice di Doha si avesse un esito negativo? In questo caso, le quotazioni si dirigerebbero verso il basso. Difficile, però, che tornino ai minimi toccati a inizio anno, mentre è probabile che sosterebbero per un po’ sopra i 30 dollari. Ciò avrebbe due effetti dirompenti: la corsa all’acquisto di titoli di stato e obbligazioni private, prevedendosi un’inflazione inferiore a quella bassa già incorporata nelle aspettative e anche per l’avvertito rischio di un rallentamento dell’economia globale; i rendimenti dei bond energetici “junk”, ovvero emessi dalle compagnie petrolifere meno efficienti, potrebbero esplodere, in previsione di un aumentato rischio default degli emittenti.      

Cina sarà nuovo driver

Sul comparto azionario, l’effetto di un nuovo marcato ripiegamento delle quotazioni si avrebbe con un calo degli indici. Sappiamo quanto le azioni delle società quotate siano correlate positivamente con il prezzo del greggio, dato che i fondi sovrani sono tra i maggiori investitori e che gran parte dei loro assets viene alimentata proprio dalle entrate petrolifere.

Dopo Doha, nell’uno o nell’altro caso, il nuovo driver per il mercato potrebbe essere la Cina. La sua crescita potrebbe sostenere le quotazioni, se risultasse superiore alle attese, oppure azzannarle, se fosse inferiore. Pechino gioca un ruolo importante per il floor dei prezzi, in quanto l’accumulo di scorte a fini strategici impedisce loro di scendere troppo nelle fasi negative.

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