Petrolio giù: Trump licenzia il consigliere alla Sicurezza, ecco le conseguenze

Il petrolio reagisce con un calo dell'1% alla notizia che il presidente Trump ha licenziato il suo terzo consigliere alla Sicurezza, John Bolton. Il caso riguarda l'Iran e lo scenario mediorientale, passando anche per l'Arabia Saudita.

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Il petrolio reagisce con un calo dell'1% alla notizia che il presidente Trump ha licenziato il suo terzo consigliere alla Sicurezza, John Bolton. Il caso riguarda l'Iran e lo scenario mediorientale, passando anche per l'Arabia Saudita.

E anche John Bolton è andato. Ieri sera, il presidente Donald Trump ha annunciato via Twitter di avere licenziato il suo terzo consigliere per la Sicurezza per dissidi su diverse questioni chiave. La reazione del petrolio sui mercati internazionali è stata immediata: quotazioni del Brent giù dell’1% fino a un minimo di 62,34 dollari al barile. Vi chiederete il legame tra i due eventi.

Spieghiamo subito: Bolton è da sempre un “falco” anti-iraniano. Da membro del governo, si è speso per sanzionare duramente Teheran per il suo programma nucleare di arricchimento dell’uranio e ha altresì invocato, pur da privato cittadino, l’occupazione militare della Repubblica Islamica.

Trump, contrarissimo all’accordo nucleare del 2015, vorrebbe incontrare il presidente Hassan Rouhani alla riunione ONU di questo mese. Bolton si era opposto alla sola idea, ma il presidente è sostenuto nella decisione da Steve Mnuchin e Mike Pompeo, rispettivamente a capo del Tesoro e segretario di Stato. La Casa Bianca persegue la linea della distensione con l’Iran, pur pretendendo la fine del programma di arricchimento dell’uranio, ispezioni internazionali più rigorose agli impianti e un cambio di politica estera nel Medio Oriente. Difficile che l’ayatollah Khameini accetti tali condizioni, ma almeno con l’uscita di scena di Bolton si attiverebbe un dialogo tra le parti, peraltro benedetto dalla Francia di Emmanuel Macron.

Le sanzioni contro l’Iran, annunciate nella primavera dello scorso anno e introdotte a partire dal mese di novembre, portarono le quotazioni del petrolio fino a un massimo di oltre 86 dollari al barile a inizio ottobre scorso, salvo crollare repentinamente nelle settimane seguenti, quando si mostrarono meno dure del previsto. I loro effetti risultano devastanti per l’economia iraniana, privandola dell’80% delle esportazioni petrolifere, di fatto sostenendo le quotazioni del greggio per il venir meno di parte dell’offerta mondiale. Un’eventuale trattativa accenderebbe le speranze di un nuovo accordo e farebbe prevedere un aumento delle esportazioni di Teheran nei prossimi anni.

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Il fattore saudita

La notizia del licenziamento di Bolton è stata contrappesata nelle ore successive da altre di tenore opposto.

Anzitutto, le scorte americane sarebbero diminuite per l’American Petroleum Institute nel corso della settimana scorsa di 7,2 milioni di barili, molto più dei 2,7 milioni stimati da un sondaggio Reuters. E anche l’Arabia Saudita ha fatto rotolare una testa, quella del suo ministro dell’Energia, il potente Khalid al-Falih, sostituito da Re Salman con uno dei suoi figli, il Principe Abdulaziz, che ha confermato il piano per estendere il taglio dell’offerta OPEC da 1,2 milioni di barili al giorno. E chissà che Trump non stia giocando la carta del dialogo per fare pressione sull’alleato saudita, arcinemico dell’Iran, così da dissuaderlo dal prorogare i tagli all’offerta decisi da OPEC e Russia.

Soltanto pochi giorni fa, al-Falih era stato deposto anche come ceo di Aramco, la compagnia petrolifera statale. Al suo posto era stato nominato Yasir al-Rumayyan, già a capo del fondo sovrano Public Investment Fund. Il licenziamento dell’ex boss del petrolio assume connotazioni contraddittorie per il mercato del petrolio. Nel breve termine, avrebbe un significato “bullish”, nel medio-lungo “bearish”. Come ministro gli è stato preferito il Principe Abdulaziz, in quanto accusato di avere fatto poco per sostenere le quotazioni internazionali. Allo stesso tempo, il suo addio ad Aramco verrebbe letto come un tentativo di accelerarne l’IPO. In effetti, al regno servono prezzi più alti per garantire alla compagnia uno sbarco in borsa con i fiocchi e incassare i 100 miliardi attesi dalla vendita di appena il 5% del capitale, così come per tenere i conti pubblici in ordine, necessitando di 80 dollari al barile per il pareggio di bilancio.

Ma l’IPO in sé rientra tra le azioni clou a cui il Principe Mohammed bin Salman punta per sganciare l’Arabia Saudita dal petrolio e renderla un’economia più diversificata. Una volta che la privatizzazione avvenisse, pur parziale, i livelli di produzione verrebbero fissati (quasi) esclusivamente sulla base di decisioni prettamente aziendali, non politiche.

Questo renderebbe il regno meno attivo sul fronte degli accordi OPEC per regolare l’offerta e sostenere i prezzi internazionali. L’operazione dovrebbe essere tenuta a battesimo entro 1-2 anni al massimo, anche se i tempi dipenderanno proprio dai prezzi della materia prima.

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