Petrolio giù, ma i segnali ribassisti non li vedete?

Quotazioni del petrolio in calo oggi, a pochi giorni dal vertice di Doha. I segnali ribassisti sono sotto gli occhi di tutti, nonostante il mercato si dia aspettative elevate per l'evento di domenica.

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Quotazioni del petrolio in calo oggi, a pochi giorni dal vertice di Doha. I segnali ribassisti sono sotto gli occhi di tutti, nonostante il mercato si dia aspettative elevate per l'evento di domenica.

Restano sostenute le quotazioni del petrolio, anche se stamattina mostrano un ripiegamento. Il prezzo del Wti retrocede dell’1,28% a 41,63 dollari, quello del Brent dello 0,72% a 44,37 dollari al barile. Nulla di traumatico, quando mancano quattro giorni al vertice di Doha, in Qatar, dove si riuniranno i più grandi produttori di greggio del pianeta, che nell’insieme rappresentano i tre quarti del mercato.

Da qui all’appuntamento sarà uno stillicidio di annunci e aspettative varie, ma a contare sono sempre i fatti e i numeri. I traders si sono entusiasmati nelle scorse ore, quando dalla Russia sono arrivate aperture a un “congelamento” della produzione, in accordo con l’Arabia Saudita, anche senza la partecipazione dell’Iran.

Iran non partecipa al vertice

Quest’ultima non poteva essere più esplicita nel rifiutare la sua adesione a un’iniziativa, che impedirebbe ai suoi pozzi di estrarre più barili, proprio ora che l’embargo contro le sue esportazioni è stato revocato dopo oltre quattro anni. Non solo non stabilizzerà il suo output, ma il paese nemmeno si recherà al vertice, spegnendo le speranze di un’intesa più ampia, almeno tra i membri dell’OPEC. Dai sauditi, che insieme ai russi sono i leader del mercato dell’oro nero, sono arrivate parole altrettanto significative. La scorsa settimana ci aveva pensato il Principe Mohammed bin Salman a spegnere gli entusiasmi, sostenendo che senza un’adesione iraniana, Riad non farebbe la sua parte. Qualche ora fa, il suo potente ministro del Petrolio, Alì al-Naimi, personalità di spessore e certamente mai sprovveduto nelle sue dichiarazioni, alla domanda di un cronista se i produttori potrebbero decidere di intervenire sulla produzione al vertice qatarino, ha risposto con un laconico “scordatevelo”.      

Scorte petrolio continuano a crescere

I sauditi non hanno intenzione di regalare agli odiati iraniani quote di mercato, perché ciò accadrebbe, se i primi congelassero la loro produzione, mentre i secondi, approfittando anche di un recupero delle quotazioni, aumenterebbero la loro, esportando di più all’estero e sottraendo clienti ai concorrenti medio-orientali.

Attenzione, però, ad assegnare un ruolo eccessivo alle strategie, perché nel medio termine a prevalere sono sempre i fondamentali. Ebbene, sul fronte dell’offerta, in attesa di conoscere i dati sulle scorte negli USA di greggio, che saranno diramati nel tardo pomeriggio (ore italiane) da parte del Dipartimento dell’Energia di Washington, l’American Petroleum Institute le ha stimate in crescita di 6,2 milioni di barili al termine della settimana scorsa. Le scorte rappresentano un’offerta in eccesso, che le compagnie accumulano temporaneamente, in attesa che risalgano le quotazioni. Non solo crescono negli USA, ma nell’intero pianeta dovrebbero aumentare quest’anno del 10% al nuovo record di 3,3 miliardi di barili. Sul fronte della domanda, la crescita dei consumi potrebbe rallentare, come segnalano gli aggiornamenti delle stime sull’economia globale (la stessa OPEC ha appena abbassato le stime nel suo rapporto mensile di 50.000 barili al giorno, prevedendo una crescita della domanda di 1,2 milioni di barili al giorno a 94,18 milioni, in rallentamento dai +1,54 milioni al giorno del 2015. Tra le motivazioni della minore domanda attesa e che potrebbe, spiega il cartello, ulteriormente essere rivista al ribasso, c’è il rallentamento dell’economia nell’America Latina). Ieri è stata la volta del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che al World economic outlook (Weo) ha tagliato le stime di crescita mondiale, ridimensionate ad appena il +1,9% per le economie avanzate. Non dimentichiamo che le quotazioni del greggio sono correlate negativamente alla forza del dollaro. Negli ultimissimi giorni, la Federal Reserve sta segnalando un rialzo dei tassi USA più vicino di quanto non ci si attenda, cosa che rafforzerebbe il biglietto verde, ma con effetti depressivi sui prezzi energetici.    

Resta eccesso di offerta

Produzione ai massimi, scorte in crescita e consumi potenzialmente in rallentamento. Un mix negativo per i prezzi del greggio, i quali senza un accordo a Doha potrebbero ripiegare ai valori di inizio dicembre 2015, dopo che il mercato restasse deluso dall’ennesimo non intervento dell’OPEC. Si tratterebbe di un crollo fino al 30% rispetto ai valori attuali.

Ma quand’anche si arrivasse a un’intesa, sarebbe solamente di un “congelamento” della produzione, che si limiterebbe ad arrestare la crescita dell’offerta e, quindi, rimarrebbe intatto l’eccesso produttivo sui mercati, oggi stimato in non meno di 1,5 milioni di barili al giorno. Senza un’accelerazione dei consumi, una prosecuzione del rally dei prezzi apparirebbe ingiustificato. Anche in questo caso, infatti, appare probabile che le quotazioni sostino nel range 40-45 dollari, ovvero intorno ai livelli registrati prima dell’ultimo vertice OPEC. A questo punto, chiediamoci quali siano le probabilità di un mancato accordo. Gli unici due attori di peso nelle trattative sono Arabia Saudita e Russia. Mosca potrebbe accettare un congelamento della produzione, interessata a stabilizzare i prezzi, se non a vederli crescere, in modo da uscire dalla recessione e porre fine alla crisi del rublo. Ma gli accordi si stipulano in almeno due ed è proprio il contraente a mancare. I sauditi hanno sì problemi con il bilancio statale, oberato da un deficit di quasi il 15%, ma nell’ipotesi più catastrofica, avrebbero tempo ancora fino alla fine del 2020 per tamponare la crisi fiscale, attingendo alle riserve valutarie, ancora sopra i 600 miliardi di dollari.      

Sauditi non hanno problemi a breve

Nel frattempo, potranno godersi senza preoccupazioni rilevanti lo spettacolo dei concorrenti in affanno, specie quelli americani, russi e iraniani. E il regno ha già varato un piano nel 2015 per tornare ad emettere debito pubblico, mentre è allo studio l’IPO di Aramco, la compagnia petrolifera statale, che sul mercato varrebbe oltre 2.000 miliardi di dollari. Considerando che qualche riforma Riad l’ha già varata, come il taglio dei sussidi energetici per ridurre il disavanzo fiscale, possiamo ben affermare che la monarchia dei Saud non rischia alcuna tempesta finanziaria da qui ai prossimi anni, forse anche un decennio, nel caso in cui le quotazioni rimanessero ai livelli attuali. Proprio questa relativa serenità dei sauditi alimenta i segnali di pessimismo. Difficile che il principale player del mercato globale di greggio si dia da fare per risolvere i problemi altrui, quando in casa rischia poco o niente.

 

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