Petrolio, franco svizzero, oro e yen: tutti i segnali di paura dai mercati

Le quotazioni del petrolio sono crollate, mentre si rafforzano franco svizzero e yuan. Lo spread BTp-Bund si consolida sopra i 200 punti e l'oro si mantiene ai massimi da 6 anni. Ecco le conseguenze dell'annuncio di nuovi dazi USA contro la Cina.

di , pubblicato il
Le quotazioni del petrolio sono crollate, mentre si rafforzano franco svizzero e yuan. Lo spread BTp-Bund si consolida sopra i 200 punti e l'oro si mantiene ai massimi da 6 anni. Ecco le conseguenze dell'annuncio di nuovi dazi USA contro la Cina.

I mercati sono tornati ad avere paura, se mai avessero smesso di averla. E sono diversi e concomitanti gli indicatori che ce lo segnalano. Ieri, all’annuncio su Twitter del presidente Donald Trump di nuovi dazi al 10% su merci cinesi per 300 miliardi di dollari, il petrolio è letteralmente collassato.

Le quotazioni del Brent sono crollate fino all’8%, sfiorando i 60 dollari per barile e, pur essendo risalite stamattina di oltre il 2%, restano sotto i 62 dollari, meno dei 64-65 a cui si attestavano tra mercoledì e nella prima parte di seduta di ieri. Anche il Wti americano è sceso, al momento sotto i 55 dollari. Alla fine di aprile, il Brent era arrivato a 75 dollari e ancora a metà maggio ritoccava quei livelli. Da allora, il calo è stato di circa il 17%.

Trump annuncia nuovi dazi contro la Cina, ecco perché proprio il giorno dopo la Fed

E se il petrolio crolla, il franco svizzero s’impenna. La valuta elvetica è uno dei porti sicuri verso i quali gli investitori corrono a ripararsi nelle fasi di tensioni e incertezze nel mondo. Contro l’euro, scambia ai massimi da 2 anni, attestandosi a un rapporto inferiore a 1,10, guadagnando quest’anno il 2,7%. Nella settimana conclusasi il 26 luglio scorso, la Banca Nazionale Svizzera sarebbe intervenuta sul mercato valutario per frenare la forza del franco. Lo indicherebbe l’aumento dei depositi a vista di 1,8 miliardi, segno generalmente che l’istituto venda alle banche valuta straniera in cambio di franchi, con questi ultimi a tornare indietro sotto forma, per l’appunto, di depositi a breve.

Meno lineare l’andamento dell’oro, che alla notizia sui dazi si è impennato fino a un massimo di quasi 1.446 dollari l’oncia, scendendo subito dopo in area 1.433 dollari, a cui continua ad attestarsi. Pur restando ai massimi da oltre 6 anni, il metallo non si scalda come dovrebbe, perché se da un lato risente delle tensioni internazionali, dall’altro la domanda resta frenata da aspettative d’inflazione basse presso tutte le principali economie e che, anzi, con il tracollo del petrolio potrebbero raffreddarsi ulteriormente.

E sappiamo che l’oro protegge il potere di acquisto contro rialzi dei prezzi, per cui da questo canale il supporto non arriva, facendo venire meno uno dei principali driver della domanda.

Spread si allarga, yen si rafforza

E anche il Bund guadagna per effetto dei dazi, toccando un nuovo minimo storico per il suo decennale al -0,45%. Per il momento, le distanze con i BTp si allargano, ma per l’effetto del crollo dei rendimenti tedeschi e non per la risalita di quelli italiani. Infine, lo yen: come il franco svizzero, anche la valuta del Giappone funge da porto sicuro per i capitali asiatici. E qui a preoccupare vi è anche il lancio di ulteriori missili da parte della Corea del Nord, un fatto che sarebbe legato proprio al caso dei dazi, data la vicinanza tra Pyongyang e Pechino. In pratica, la Cina starebbe usando Kim Jong-Un per avvertire l’America di andarci piano. Se fosse vero, inevitabili le ripercussioni finanziarie. Di fatto, lo yen scambia contro il dollaro sotto 107, guadagnando in poche ore oltre il 2%. E anche in questo caso, cresce la pressione sulla Banca del Giappone per varare nuove misure contro la bassa inflazione.

In definitiva, agosto è iniziato in maniera turbolenta per i mercati finanziari e Trump si è pure riservato di alzare i dazi al 25% nel caso in cui il negoziato con il governo cinese fallisse. Il presidente americano aveva sostenuto nelle ore immediatamente precedenti all’annuncio che Pechino fosse intenzionato ad attendere la scadenza delle elezioni presidenziali del novembre 2020 prima di decidere di accettare un accordo, così da verificare se sussisterebbero le condizioni per spuntare condizioni migliori nel caso di vittoria di un candidato democratico. Per questo, ha agito subito, con un occhio rivolto alla Federal Reserve, che un giorno dopo avere alzato i tassi quasi imbarazzata, oggi possiede già ulteriori elementi per allentare ancora la politica monetaria.

E i rendimenti delle obbligazioni potranno scendere ancora dopo la mossa di Trump

giuseppe.

[email protected] 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , , , , ,
>