Petrolio, fine all’embargo delle esportazioni USA. Roubini: la crisi è permanente

Storica decisione negli USA, dove si va verso la fine dell'embargo contro le esportazioni di petrolio americano. Una notizia negativa per il prezzo del Brent, che scende sotto i 38 dollari al barile.

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Storica decisione negli USA, dove si va verso la fine dell'embargo contro le esportazioni di petrolio americano. Una notizia negativa per il prezzo del Brent, che scende sotto i 38 dollari al barile.

I leader dei 2 schieramenti politici americani hanno raggiunto un accordo per porre fine dopo ben 40 anni all’embargo contro le esportazioni di petrolio negli USA. Lo ha annunciato ai suoi lo speaker della Camera, Paul Ryan, durante un vertice a porte chiuse con i membri del Partito Repubblicano. La notizia non è stata ancora confermata ufficialmente dal Partito Democratico del presidente Barack Obama, ma viene considerata fondata.

Si tratta di un passo impensabile fino a solo un anno fa e che arriva dopo numerose pressioni da parte dell’industria petrolifera per eliminare un divieto, che fu introdotto nel 1975 contro l’impennata dei prezzi decisa allora dall’OPEC, in reazione al sostegno degli USA a Israele nella guerra dello Yom Kippur.

Quotazioni Brent potrebbero scendere ancora di più

La decisione rappresenta un passo storico, le cui conseguenze sul mercato del greggio saranno abbastanza visibili. Anzitutto, perché la fine dell’embargo dovrebbe eliminare lo sconto a cui il Wti americano viene venduto rispetto al Brent. Al momento, esso è pari a soli 1,07 dollari, dato che il prezzo del primo è di 36,93 dollari e quello del secondo di 38 dollari. Era di oltre 27 dollari nel 2011. Grazie al fatto che le compagnie americane potranno tornare a vendere greggio all’estero, avranno un mercato di sbocco molto più ampio di quello nazionale, per cui il prezzo del Wti tenderà ad allinearsi a quello globale. Tuttavia, a risentirne negativamente saranno proprio le quotazioni del Brent, ossia del greggio prodotto al di fuori degli USA, che si troverà dinnanzi a una maggiore concorrenza.        

Accordo possibile grazie a bassi prezzi petrolio

L’accordo è stato possibile, in seguito al tracollo delle quotazioni del petrolio, che hanno rassicurato, in particolare, i repubblicani sul fatto che non ci saranno significativi aumenti del prezzo del carburante alla pompa. Non la pensano così le raffinerie americane, che lanciano l’allarme, spiegando come adesso le compagnie potranno farsi raffinare il greggio all’estero, per cui per farlo in patria otterranno di venderlo a prezzi maggiori, gravando sugli automobilisti.

Per evitare contraccolpi sia sull’ambiente, attraverso una maggiore produzione, sia sulle raffinerie, l’accordo prevede un credito d’imposta di 1 dollaro per gallone (circa 25 centesimi al litro) per i produttori di bio-diesel, un pacchetto di incentivi per le energie rinnovabili e un sistema differente di deduzioni fiscali per le raffinerie.

Boom shale ha permesso fine embargo petrolio

Ma a questo punto si è arrivati solo grazie al boom dello “shale”, che con i suoi 4,6 milioni di barili al giorno ha quasi raddoppiato la produzione americana tra il 2009 e oggi. Nell’aprile di quest’anno, gli USA hanno estratto il record di 9,6 milioni di barili al giorno, mentre la produzione media annua si dovrebbe attestare a 9,3 milioni e scendere a 8,8 milioni nel 2016. Al momento, gli americani esportano poco più di 400 mila barili al giorno verso il Canada, unica eccezione all’embargo, poco più del 4% della produzione complessiva.      

Reazione produttori petrolio potrebbe essere di “guerra”

La decisione di porre fine al divieto di esportare greggio avrà effetti certamente sull’atteggiamento che terranno gli altri grandi produttori mondiali, in primis, l’Arabia Saudita. Poiché la misura accresce la concorrenza per accaparrarsi le quote di mercato in giro per il mondo, è sempre meno probabile che Riad tagli la sua produzione, dato che sinora lo ha evitato proprio per non regalare alcunché a USA e Russia. L’America potrebbe adesso iniziare a prendere piede in paesi come Cina e India, le economie consumatrici più promettenti, cosa che scatenerà ulteriormente la “guerra” tra i big dell’oro nero e che potrebbe portare a una fase di nuovi crolli delle quotazioni del Brent.

Nouriel Roubini avverte sauditi: crisi petrolio non è temporanea

D’altra parte, il gioco si starebbe facendo molto rischioso proprio per i paesi del Golfo Persico, che se da un lato sono leader del mercato del greggio, dall’altro ne dipendono in misura eccessiva. I sauditi, ad esempio, ricavano dalla vendita di petrolio quasi il 90% delle entrate statali, per cui stanno subendo un duro contraccolpo dal crollo dei prezzi, non avendo sganciato il rial dal cambio fisso contro il dollaro.

L’altro ieri, intervenendo all’Arab Strategic Forum di Dubai, l’economista di origini iraniane Nouriel Roubini, noto per avere previsto con 2 anni di anticipo il crac dei mutui “subprime”, ha spiegato che la crisi del petrolio non sarebbe affatto temporanea, ma permanente e che, pertanto, l’Arabia Saudita dovrebbe affrontarla in maniera diversa, smettendo di coprire il deficit e dando vita a tagli della spesa pubblica, inclusi i sussidi energetici abbastanza generosi di questi anni.        

Previsioni petrolio di Roubini: 50 dollari al barile nel 2016

Roubini ha messo in guardia il regno dal confidare eccessivamente nel calo della produzione di petrolio “shale”, specie negli USA, perché se certamente la sua decisione di non tagliare la produzione sta avendo come effetto il rallentamento degli investimenti e, quindi, anche dell’offerta di paesi come gli USA, in realtà, questi sembrano potere rispondere con una certa flessibilità alla crisi delle quotazioni, dato il ciclo breve di vita del “fracking”. Infatti, le compagnie americane mostrano di abbandonare i pozzi meno remunerativi con bassi prezzi e di attivarne di nuovi a prezzi più alti e grazie al miglioramento tecnologico riescono a tagliare i costi di produzione, potendo sostenere quotazioni inferiori che in passato. Al contempo, l’economista vede in recupero il mercato a 50 dollari al barile l’anno prossimo, anche se parliamo di stime nettamente inferiori a quelle anche solo immaginabili fino a qualche mese fa, quando ci si attendeva un rialzo ben più sostenuto e s’ipotizzavano prezzi vicini ai 60 dollari già per questi ultimi giorni del 2015. Da registrare come sia il Wti che il Brent stiano perdendo sui 60 centesimi a testa in mattinata, conseguenza anche dell’attesa per il primo aumento dei tassi USA dal 2006, che avrebbe contraccolpi probabili sul dollaro, quindi, pure sulle commodities, che si vendono nella divisa americana e che stanno perdendo, infatti, oggi mediamente lo 0,4%, scendendo ai livelli più bassi dalla fine degli anni Novanta.

     

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