Petrolio ed euro spingeranno la BCE di Lagarde a varare nuovi stimoli monetari

Quotazioni del Brent sotto 40 dollari, cambio euro-dollaro sempre nei pressi di 1,20. Sono elementi che inducono a ipotizzare un corso ancora più accomodante a Francoforte.

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Quotazioni del Brent sotto 40 dollari, cambio euro-dollaro sempre nei pressi di 1,20. Sono elementi che inducono a ipotizzare un corso ancora più accomodante a Francoforte.

Il board di giovedì scorso della BCE è stato un non evento. Nessun annuncio a sorpresa, mentre il governatore Christine Lagarde ha lasciato il mercato indisposto per avere puntualizzato che non sia compito dell’istituto porsi un target sui tassi di cambio dell’euro. Il giorno dopo, al fine di evitare che da quelle parole se ne deducesse una sorta di indifferenza dell’Eurotower per i movimenti della moneta unica, il capo-economista Philip Lane è tornato sull’argomento, precisando che nuovi stimoli monetari restano possibili, anche perché bisognerà fare di tutto per centrare il target d’inflazione “vicino, ma di poco inferiore al 2%”. E in questo senso, anche il cambio rientra tra le variabili osservate.

Se l’euro continuasse ad apprezzarsi, due effetti si avrebbero sull’economia dell’Eurozona: i suoi prodotti e servizi diverrebbero meno competitivi sui mercati internazionali, allontanando il rimbalzo del pil dopo l’emergenza Covid; il costo dei beni importati si ridurrebbe, diminuendo ulteriormente i tassi d’inflazione. Questi sono scesi al -0,2% in agosto nell’area, nonostante si pronosticasse una crescita annua media dello 0,2%.

La deflazione europea di agosto aiuta la BCE su tassi e bond

In più, le quotazioni del petrolio sono tornate sotto i 40 dollari al barile. Un mese fa, il Brent costava sui 45 dollari, da allora ha subito una discesa percentuale a doppia cifra. Evidentemente, anche il mercato petrolifero sta scontando una ripresa della domanda meno veloce delle precedenti attese. L’ottimismo per una cosiddetta ripresa a “V” dell’economia mondiale sta scemando, man mano che in Europa si stia palesando una seconda ondata dei contagi, mentre nelle due Americhe non si è ancora sopita la prima.

Rischi da nuove misure BCE

E un greggio meno caro contribuisce anch’esso a tenere bassi i prezzi al consumo. Da qui, l’esigenza per la BCE di potenziare ulteriormente i suoi stimoli monetari nei prossimi mesi, a meno che il quadro non muti repentinamente e che nell’Eurozona attecchisca una reflazione ad oggi inattesa in termini vigorosi. Tra le misure che verrebbero adottate, un taglio dei tassi sui depositi overnight dall’attuale -0,50%. In questo modo, i depositi in eccesso delle banche verrebbero dirottati fuori dall’area, indebolendo l’euro.

E gli acquisti di assets potrebbero essere accresciuti, sia che si tratti del “quantitative easing” ordinario, sia che si tratti del PEPP, il piano emergenziale anti-Covid elevato a 1.350 miliardi a giugno. Il problema di queste misure è che hanno dimostrato di avere un’efficacia contenuta. La liquidità sui mercati cresce abbondantemente, ma rimane confinata perlopiù alla sfera finanziaria, “gonfiando” a dismisura i prezzi degli assets finanziari (obbligazioni e azioni già in bolla da anni) e non stimolando più di tanto l’inflazione, né la crescita economica.

C’è un altro rischio connesso all’eventuale ulteriore allentamento monetario nell’Eurozona, ovvero che esso spinga le altre principali banche centrali a reagire a loro volta con nuovi stimoli per non subire gli effetti del deprezzamento dell’euro. La Federal Reserve, in particolare, non accetterebbe di assistere passivamente al rafforzamento del dollaro a livelli incompatibili con il mantenimento dei target su crescita e inflazione negli USA. Ciò scatenerebbe una “guerra valutaria”, che in un contesto economico e commerciale già assai critico sarebbe l’ultima cosa che servirebbe per mettersi alle spalle il disastro della pandemia.

L’euro forte fa sorridere la BCE, così Lagarde può potenziare gli stimoli monetari

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