Petrolio: prezzi troppo alti per Trump, ecco perché chiede all’OPEC di abbassarli

Le quotazioni del petrolio sarebbero troppo alte per il presidente americano Donald Trump, che torna a twittare contro l'OPEC. Ecco le ragioni di queste esternazioni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le quotazioni del petrolio sarebbero troppo alte per il presidente americano Donald Trump, che torna a twittare contro l'OPEC. Ecco le ragioni di queste esternazioni.

“I prezzi del petrolio sono troppo alti, l’OPEC è tornata alla carica. Non bene”. E’ il secondo tweet del presidente americano Donald Trump in meno di due mesi contro quelle che giudica le quotazioni internazionali elevate del greggio. Il 20 aprile scorso, sempre dal micro-blogging, Trump aveva chiesto al cartello petrolifero di abbassare le quotazioni, tenute artificialmente alte con l’accordo del novembre 2016, quello che limita la produzione di una ventina di paesi produttori, tra cui la Russia di Vladimir Putin, tagliando l’offerta complessiva di 1,8 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli di ottobre 2016. A seguito dell’accordo, il costo di un barile è arrivato fin quasi a raddoppiare in un anno e mezzo, salendo a maggio ai massimi da fine 2014, con il Brent poco sopra gli 80 dollari e il Wti americano fino all’apice di 73 dollari. Nel pomeriggio di ieri, invece, il primo quotava 75,69 e il secondo 65,98 dollari.

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Come mai il presidente americano si spinge fino a reclamare un aumento della produzione di petrolio ad Arabia Saudita e Russia? Diverse le ragioni possibili e nessuna esclude l’altra. La prima, volendo la più spicciola, riguarda il prezzo alla pompa. La benzina sta rincarando anche negli USA, arrivando a 3 dollari al gallone (meno di 80 centesimi al litro), il livello più alto dalla fine del 2014. Sarebbe un sogno se avessimo prezzi simili in Europa, ma resta il fatto che gli automobilisti americani paghino il carburante oggi circa il 15% in più rispetto a un anno fa, nonostante la produzione di petrolio negli USA sia salita ai livelli record di 10,8 milioni di barili al giorno, dietro solo alla Russia.

E i 3 dollari al gallone rappresentano una soglia critica sul piano elettorale, raggiunta e superata la quale il presidente e il partito in carica tendono a perdere consensi. Trump non può permetterselo con le elezioni di medio termine alle porte. A novembre, si rinnovano parte di Senato e Camera e i repubblicani dovranno cercare di mantenere almeno la maggioranza di cui godono attualmente.

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Non solo per fare felici gli automobilisti, però. I tweet della Casa Bianca contro i prezzi “troppo alti” del greggio avrebbero anche origini economiche. Trump e il suo staff sono consapevoli che le quotazioni petrolifere influiscono piuttosto nettamente sui livelli di inflazione e che questi siano da mesi negli USA poco al di sopra del target, costringendo la Federal Reserve ad alzare i tassi a ritmi più sostenuti che in passato. E tassi più alti scoraggiano gli investimenti, i consumi stessi, rafforzano il dollaro e, in definitiva, minacciano la robustezza dell’economia americana. Se il petrolio si desse una calmata sui mercati, si allenterebbe la pressione sui prezzi al consumo e la Fed potrebbe prendersi più tempo per alzare i tassi, rallentando la stretta monetaria in corso. Detto senza fronzoli: a Trump interessa superare la scadenza del primo mandato senza incorrere nel rischio di una recessione, che rischierebbe di essere fatale alle speranze di una sua rielezione. E l’America, per quanto registri una notevole crescita nelle estrazioni, resta un’economia importatrice netta di petrolio, pur arrivando ormai ad esportare 2,3 milioni di barili al giorno e perlopiù in Asia, scalfendo le quote di mercato di sauditi e russi, in particolare.

Ci sono anche motivazioni di politica estera. Abbassandosi i prezzi, l’economia iraniana verrebbe ancora più duramente colpita. A maggio, Trump ha annunciato il ripristino delle sanzioni e lo stralcio dell’accordo sul nucleare, firmato a fine 2015 dalla precedente amministrazione Obama. Esso ha consentito in questi due anni e mezzo a Teheran di tornare ad esportare greggio, accrescendo la produzione di 1 milione di barili al giorno. Adesso, non solo questo incremento verrà gradualmente meno per effetto della natura “extra-territoriale” delle sanzioni USA, ma il minore petrolio estratto sarebbe venduto a prezzi più bassi, se l’OPEC e la Russia tenessero conto delle rimostranze di Washington. Dal canto loro, proprio Riad e Mosca hanno fatto sapere nelle settimane scorse di essere pronte ad aumentare la produzione per compensare i cali attesi dall’Iran, nonché quelli drammatici del Venezuela.

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Infine, una considerazione generale: alle compagnie petrolifere americane conviene ovviamente vendere il petrolio a prezzi quanto più alti possibili, ma esse riuscirebbero ormai a produrre anche a 45-50 dollari al barile, essendosi rese molto più efficienti con la crisi delle quotazioni degli ultimi anni. Non lo stesso può dirsi di tutte le altre economie concorrenti. La stessa Arabia Saudita, ad esempio, pur estraendo un barile a pochissimi dollari, necessita di quotazioni ancora fino a 74-75 dollari per mantenere il bilancio statale in pareggio, visto che i proventi della vendita sono utilizzati a fini di fiscalità generale. Ne consegue che una discesa delle quotazioni avrebbe contraccolpi su diverse economie produttrici – non parliamo nemmeno del Venezuela, che oggi avrebbe bisogno di vendere il petrolio a 220 dollari al barile per pareggiare i conti pubblici – che ne uscirebbero indebolite, contrariamente agli USA, la cui produzione è affidata a una miriade di compagnie private.

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Argomenti: Petrolio, Presidenza Trump, quotazioni petrolio

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