Petrolio, ecco perché il Congresso USA ha paura di eliminare il divieto di esportazione

Nonostante le pressioni della lobby del petrolio, il Congresso USA non elimina il divieto di esportazione del petrolio. Ecco di cosa avrebbe paura.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Nonostante le pressioni della lobby del petrolio, il Congresso USA non elimina il divieto di esportazione del petrolio. Ecco di cosa avrebbe paura.

Le quotazioni del petrolio sono risalite del 25% rispetto ai minimi toccati all’inizio dell’anno, ma restano dimezzate su base annua. Il prezzo del Wti americano si attestava sul pre-mercato in mattinata a 55,95 dollari al barile, in calo di 21 centesimi sulla chiusura di ieri, mentre il Brent cede 61 centesimi a 62,35 dollari.

Scorte USA ai massimi

Ieri, i dati del Dipartimento dell’Energia di Washington hanno dimostrato che le scorte di petrolio in America continuano ad essere accumulate a un ritmo non inferiore al milione di barili al giorno. La scorsa settimana, conclusasi il 17 aprile, sono cresciute di 5,315 milioni di barili a oltre 489 milioni, il doppio delle attese e in accelerazione rispetto ai 7 giorni precedenti. I serbatoi americani sono così sempre più pieni e le compagnie petrolifere non hanno più molto spazio per immagazzinare temporaneamente gli eccessi produttivi, in attesa di un rialzo delle quotazioni.   APPROFONDISCI – Quotazioni del petrolio in calo, vediamo le ragioni. Scorte USA +5,315 milioni di barili   Il fenomeno è inasprito da una peculiarità della legislazione americana, che sin dalla crisi petrolifera di inizio anni Settanta impone alle compagnie il divieto di esportare greggio. La norma mira ad evitare che il petrolio scarseggi per il popolo americano, ma appare anacronistica ai giorni nostri, quando la produzione mondiale è in eccesso sulla domanda di 1,5-2 milioni di barili al giorno. Lo scorso anno, l’amministrazione Obama intraprese una passo storico, consentendo limitate esportazioni fuori dagli USA di alcuni tipi di greggio. Troppo poco per le compagnie, che assistono a un prezzo del loro Wti inferiore al Brent di almeno 7-8 dollari al barile. Infatti, non potendo vendere il petrolio all’estero, il loro mercato si restringe ai soli USA e gli eccessi produttivi non possono così trovare sfogo, se non nell’accumulo delle scorte.   APPROFONDISCI – Petrolio, scorte USA cresciute di 10,95 milioni di barili. Serbatoi sempre più pieni  

Lobby petrolio USA inascoltata

L’American Petroleum Institute, l’associazione che raggruppa le compagnie petrolifere e che svolge un’opera di lobbying sul Congresso USA, ritiene che il consenso per la fine del divieto stia crescendo, ma frena gli entusiasmi, sostenendo che al momento sarebbe difficile ipotizzare una soppressione imminente dell’embargo. Le pressioni della lobby del petrolio stanno facendo breccia, in particolare, sul Partito Repubblicano, con la senatrice dell’Alaska, Lisa Murkoswki, che ha annunciato a a un incontro con i vertici delle compagnie che introdurrà nel corso dell’anno la rimozione totale del divieto di esportare petrolio, considerando irrazionale che il governo americano elimini l’embargo sul’Iran e lo mantenga sulle produzioni del Texas, della California e del Nord Dakota. Tuttavia, la stessa senatrice repubblicana ammette che la rimozione del divieto appare difficile da approvarsi al Congresso, perché quasi nessuno dei due partiti vuole correre il rischio di essere accusato della responsabilità di avere fatto aumentare il prezzo della benzina. La fine delle sanzioni, infatti, porterebbe a un allineamento tra le quotazioni del Wti e quelle del Brent, aumentando la domanda del primo e diminuendo così quella del secondo. E gli americani sono molto attenti ai prezzi del carburante per ogni gallone.   APPROFONDISCI – Petrolio: quotazioni del Brent sotto i 55 dollari tra Iran, scorte USA e OPEC  

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Argomenti: Petrolio