Petrolio e oro giù, perché le quotazioni sono scese ai minimi da diversi mesi?

Oro e petrolio deboli sui mercati. Il metallo è sceso ai minimi da gennaio 2017 e il greggio mai così economico da aprile. Vediamo cosa starebbe accadendo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Oro e petrolio deboli sui mercati. Il metallo è sceso ai minimi da gennaio 2017 e il greggio mai così economico da aprile. Vediamo cosa starebbe accadendo.

E’ stata una brusca caduta quella dell’oro questa settimana, le cui quotazioni sono scese sotto la soglia psicologica dei 1.200 dollari l’oncia, sprofondando ai 1.178-9 di oggi, ossia ai minimi da ben 19 mesi. Nello stesso tempo, le quotazioni del Brent si sono portate vicine ai 70 dollari, con il Wti fin sotto ai 64,50 dollari. Il petrolio non era mai stato scambiato a così basso prezzo negli ultimi 4 mesi. A provocare l’indebolimento dei prezzi è stato il dato sulle scorte di greggio negli USA al termine della settimana scorsa, risultate in crescita di 6,8 milioni di barili, quando gli analisti si aspettavano un calo di 2,5 milioni. Che nel pieno della “driving season”, gli USA riescano ad accumulare scorte sarebbe indice di un’offerta abbondante. In effetti, la produzione domestica nella prima economia mondiale è aumentata quest’anno di 1,1 milioni di barili al giorno, arrivando a 10,9 milioni, poco sotto ai livelli della Russia e davanti a quelli dell’Arabia Saudita.

Peraltro, l’indice OCSE relativo alle economie avanzate più Russia, Cina, India, Brasile, Indonesia e Sudafrica denota un rallentamento nei tassi di crescita a maggio e giugno. E i consumi di petrolio sono fortemente dipendenti dai ritmi di crescita delle economie, specie quelle emergenti, più dinamiche, spesso meno efficienti sul piano energetico e in espansione proprio sul fronte manifatturiero-industriale, quello maggiormente affamato di greggio. Le cattive notizie arrivano anche dalle valute emergenti, che mediamente quest’anno hanno perso il 6% contro il dollaro, il quale a sua volta risulta rafforzatosi ai massimi da 14 mesi e del 5,5% quest’anno.

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L’impatto del super dollaro

E il super dollaro rappresenta uno dei principali elementi “bearish” sia per l’oro che per il petrolio, denominati nella divisa americana. Quando questa si apprezza, le materie prime diventano più costose per gli acquirenti non americani, con il risultato che la loro domanda tende a ridursi. Da qui, l’andamento inversamente proporzionale delle loro quotazioni rispetto a quelle del dollaro, la cui forza dipende oggi essenzialmente dai tassi USA in salita. Si consideri che i rendimenti a 10 anni del Treasury sono già quasi al 3%, quando quelli tedeschi per la stessa scadenza si attestano a livelli 10 volte più bassi. Ciò spinge i flussi dei capitali verso l’America, a tutto beneficio del cambio. E l’oro, in particolare, risente negativamente dell’aumento dei rendimenti dei bond, trattandosi di un asset senza cedole.

Per essere chiari, se un investitore può godere di un rendimento annuale del 3% comprando Treasuries e confidare nella prospettiva di un ulteriore rafforzamento del dollaro, perché mai dovrebbe rischiare di comprare oro, le cui quotazioni nel breve e medio termine non sono mai facilmente prevedibili e che, oltre tutto, non offrono un reddito periodico come le cedole dei bond? In teoria, l’unica argomentazione veramente valida per il metallo consiste nella tutela storicamente garantita del potere di acquisto. Tuttavia, in un ambiente di bassa inflazione come quello di questi anni presso tutte le economie avanzate, non impressiona più di tanto. E il ripiegamento del greggio verso i 70 dollari lascia supporre che nemmeno per i prossimi mesi assisteremmo a un surriscaldamento dei prezzi al consumo, se è vero che la materia prima si mostra in grado da decenni di direzionare i tassi d’inflazione presso le economie consumatrici nette.

Quanto alle prospettive a breve, notiamo quanto segue: oro e petrolio appaiono legati proprio dalla capacità del secondo di impattare sull’inflazione, stimolando gli acquisti del primo a scopo protettivo. Mediamente, nell’ultimo decennio il rapporto tra i rispettivi prezzi si è attestato a 16, nel senso che sono serviti (in dollari) 16 barili di petrolio per acquistare un’oncia di oro. All’inizio di quest’anno, il rapporto risultava di 19,5, segnalando una relativa forza del metallo rispetto all’altra “commodity”. Adesso, avendo il primo perso il 9,5% e il secondo guadagnato quasi il 6,5%, il rapporto si è portato a 16,7, ossia poco sopra la media del decennio. Tuttavia, va aggiunto che oggi come oggi il dollaro è più forte di quasi il 12% contro le principali valute rispetto alla sua media decennale. Pertanto, se il mercato dovesse ritenere che il dollaro sia già troppo apprezzato, sconterebbe un suo ripiegamento verso la media storica e ciò fungerebbe da sostegno a oro e petrolio, al netto delle aspettative sull’inflazione presso le principali economie. Viceversa, dovremmo attenderci un ulteriore indebolimento delle due materie prime, sempre che eventuali nuove tensioni geopolitiche e/o finanziarie nell’Eurozona, in particolare, non inducano gli investitori a rifugiarsi nell’oro e a tagliare l’outlook sul greggio.

Oro e petrolio ai minimi da mesi, ecco perché i due prezzi sono legati tra loro

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Argomenti: Crisi materie prime, Oro, Petrolio, quotazioni petrolio

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