Petrolio, nuovo crollo quotazioni resta possibile: vediamo perché e quando

Prezzo del petrolio nuovamente verso 55 dollari, ma un altro crollo è possibile. L'equilibrio del mercato mondiale sarebbe meno vicino di quanto s'immagini.

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Prezzo del petrolio nuovamente verso 55 dollari, ma un altro crollo è possibile. L'equilibrio del mercato mondiale sarebbe meno vicino di quanto s'immagini.

Le quotazioni del petrolio continuano a salire e al momento il Brent viaggia sui 54,52 dollari al barile, il Wti americano sui 51,81 dollari. Il rialzo per entrambi è del 13% rispetto ai minimi di chiusura del 4 maggio scorso, in scia all’accordo preliminare raggiunto dentro l’OPEC e tra OPEC e alcuni principali produttori esterni, tra cui la Russia, per estendere il taglio della produzione da 1,8 milioni di barili al giorno di altri nove mesi.

Il vertice del cartello si terrà a Vienna a fine mese, ma pare che l’accordo sia già sostanzialmente raggiunto, dopo che anche l’Iraq lo sta sostenendo.

Per capire le ragioni di tale estensione dell’intesa siglata a fine novembre, bastino i dati pubblicati dall’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), secondo cui i membri dell’OPEC avrebbero maturato nel primo trimestre entrate dalla vendita di petrolio per 75 miliardi di dollari in più rispetto ai tre mesi precedenti, nonostante la loro produzione sia scesa da 33,3 milioni di barili al giorno a 31,9 milioni. Ad avere segnato la maggiore crescita delle entrate sarebbe stato l’Iran con +15 miliardi, un quinto del totale, seguito dall’Arabia Saudita con 12,5 miliardi e Iran con +10,5 miliardi. Lo stesso Venezuela, sconquassato da una crisi devastante, ha segnato un aumento di 5 miliardi di dollari. (Leggi anche: Petrolio, OPEC condannata a un altro passo indietro)

La mossa di Trump che spiazza l’OPEC

Secondo Sushant Gupta di Wood MacKenzie, con l’estensione dei tagli le quotazioni del petrolio dovrebbe attestarsi mediamente a 57 dollari nel 2018, ovvero poco sopra i livelli attuali. In effetti, oltre all’aumento dell’offerta negli USA (+500.000 barili al giorno dall’accordo OPEC ad oggi), esistono altre ragioni per dubitare non solo di un potenziale nuovo rally del greggio sui mercati, ma anche della tenuta dei prezzi attuali, i quali rischiano, invece, un nuovo crollo, simile a quello vissuto a inizio 2016.

Per prima cosa, il presidente Donald Trump ha presentato nella legge di bilancio per il 2018 la proposta di dimezzare le riserve petrolifere strategiche, accumulate sin dalla crisi del petrolio degli anni Settanta, e che oggi ammontano negli USA a 688 milioni di barili, pari a 149 giorni di autosufficienza nazionale, un valore nettamente superiore ai 90 giorni consigliati dall’Aie.

Stando ai numeri della Casa Bianca, il dimezzamento dovrebbe realizzarsi entro il prossimo decennio, facendo incassare al 2027 complessivi 16,6 miliardi di dollari allo stato federale, che evidentemente punta a cedere parte delle scorte a una media di circa 50 dollari al barile, 20 in più del costo medio di acquisto. (Leggi anche: Petrolio USA spiazza OPEC, scorte record)

Le riserve cinesi sarebbero già ali limite

Se il piano troverà attuazione, significa che gli USA si sbarazzeranno mediamente, seppure con ritmo progressivo, di circa 34 milioni di barili all’anno, ovvero di 100.000 barili al giorno. Sembrano pochi, ma in un mercato mondiale caratterizzato dalla sovrapproduzione, non è certo una notizia in favore dei prezzi del greggio.

Restando in tema di riserve, la Cina segnala un rallentamento delle importazioni finalizzate all’aumento delle sue Strategic Petroleum Reserves, passando dagli 1,6 milioni di barili al giorno di marzo agli 1,36 milioni di aprile (-15%). I dati sono di JP Morgan. L’obiettivo di Pechino è di detenere 500 milioni di barili di greggio, anche se secondo alcune rilevazioni satellitari effettuate da Orbital Insight, le riserve cinesi sarebbero già salite a 600 milioni di barili e, quindi, da qui a settembre potrebbero arrivare a 700 milioni, ovvero a un livello circa doppio di quello ufficialmente dichiarato. (Leggi anche: Petrolio e yuan, guardare alla Cina per capire le quotazioni)

Per i sauditi è questione di leadership

Se fosse vera la scoperta di Orbital, la Cina cesserebbe quanto prima di importare petrolio per accumulare riserve strategiche, con la conseguenza che da un momento all’altro il mercato mondiale del greggio potrebbe ritrovarsi con un milione di barili al giorno di domanda in meno, mentre gli USA aumenterebbero la loro produzione e persino lo stato federale inizierebbe a vendere oro nero.

Non si pensi che l’OPEC potrebbe sostenere un ennesimo taglio della produzione. Se è vero che ad oggi ci avrebbe solo guadagnato, perché pur offrendo meno greggio, lo ha potuto vendere a prezzi più alti, esistono anche ragioni di leadership a spingere per una politica non eccessivamente restrittiva.

I sauditi, in particolare, sono tallonati dagli USA come quantità quotidiana prodotta, pur restando primi per esportazioni (gli USA sono ancora importatori netti). Con la fine parziale dell’auto-embargo americano, le compagnie a stelle e strisce stanno insidiando Riad sui mercati asiatici, specie in Asia, trend che il regno non può permettersi che avanzi, altrimenti sarebbe in gioco il suo dominio sul principale mercato con maggiori potenzialità di crescita. (Leggi anche: Petrolio, sauditi costretti alla ritirata in Asia)

Dopo IPO Aramco nuovo bagno di sangue?

I sauditi non possono d’altra parte nemmeno permettersi in questa fase di replicare al nuovo boom dello “shale” USA con una politica aggressiva, perché da qui ai prossimi 18 mesi puntano a quotare in borsa il 5% di Aramco, la compagnia petrolifera statale, stimata in 2.000 miliardi di dollari. Se le quotazioni petrolifere crollassero, il valore dell’IPO scenderebbe ripidamente, non consentendo al regno di incassare quei 100 miliardi messi ad oggi in conto e pari a circa un sesto del suo pil. Dunque, serve pazienza almeno fino alla quotazione, ma dal giorno dopo la musica potrebbe cambiare nuovamente. (Leggi anche: IPO Aramco, cifre e dubbi)

 

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