Petrolio crollato sotto i 55 dollari e per l’Arabia Saudita inizia a essere un problema serio

Il petrolio è sceso sotto i 55 dollari al barile e per i paesi esportatori inizia ad essere un grosso problema, come per l'Arabia Saudita, che ha da poco annunciato un aumento della spesa pubblica per sostenere l'economia.

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Il petrolio è sceso sotto i 55 dollari al barile e per i paesi esportatori inizia ad essere un grosso problema, come per l'Arabia Saudita, che ha da poco annunciato un aumento della spesa pubblica per sostenere l'economia.

Le quotazioni del petrolio si sono schiantate ieri sui mercati internazionali, arrivando a cedere il 5% e crollando rispettivamente fino a un minimo di 54,48 dollari per il Brent e di 45,95 dollari per il Wti americano. Parliamo dei livelli più bassi degli ultimi 17 mesi. A provocare l’ennesimo crash sono state le preoccupazioni degli investitori per l’eccesso di offerta, dopo che il rialzo dei tassi leggermente “dovish” della Federal Reserve, mercoledì sera, ha suscitato reazioni negative tra le borse mondiali. La situazione è diventata così critica, che il segretario generale dell’OPEC, Mohammed Barkindo, ha chiesto ai membri del cartello di pubblicare i dati relativi alla produzione, così da generare fiducia sul mercato con riguardo all’efficacia dei tagli alla produzione, decisi a inizio mese per 1,2 milioni di barili al giorno. L’Arabia Saudita dovrà ridurre le proprie estrazioni giornaliere di 322.000 barili, basandosi su una produzione di riferimento a 10,6 milioni. La Russia, che dell’OPEC non fa parte, offrirà il suo contributo con -230.000 barili al giorno.

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Tuttavia, il mood non è affatto cambiato in meglio dopo l’ultimo vertice dell’organizzazione a Vienna, anzi da allora il greggio ha perso un altro 10%. La discesa inizia a suscitare interrogativi sul futuro dello “shale” negli USA. Le stime medie parlano di un prezzo minimo di 50 dollari necessario per produrre e pareggiare i costi. Ad ogni modo, si tratta per l’appunto di una media e alcune compagnie non sarebbero in grado di proseguire la loro attività a meno di 60 dollari. Per l’anno prossimo, l’EIA prevede un aumento della produzione petrolifera americana di 1,2 milioni di barili al giorno a 12,1 milioni.

Ci si chiede se il trend possa trovare conferma anche alla luce del crollo delle quotazioni degli ultimi mesi. La risposta degli analisti sembrerebbe positiva, anche se la dimensione della crescita è attesa in misura differente, a seconda di quali saranno i prezzi nel corso del prossimo anno.

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Se c’è, invece, un paese produttore ad accusare potenzialmente un colpo non secondario da crash, sarebbe l’Arabia Saudita, primo esportatore al mondo con la media di 8 milioni di barili al giorno venduti fuori dal regno e che riesce sì a produrre anche a prezzi di poco superiori ai 10 dollari, ma che utilizza i ricavi per sostenere le entrate statali. Il sovrano Re Salman ha svelato qualche giorno fa il bilancio per l’anno prossimo, fondato su previsioni di entrate per 975 miliardi di rial (260 miliardi di dollari), di cui 662 derivanti proprio dal petrolio, in rialzo dai 608 attesi per quest’anno. Quanto alle spese, al fine di sostenere un’economia praticamente stagnante dal 2015 con la crisi delle quotazioni petrolifere, la monarchia le aumenterà del 7% a 1.100 miliardi di rial (295 miliardi di dollari), per cui il deficit stimato nel 2019 sarebbe di 131 miliardi, pari al 4,2% del pil, in calo dal 4,6% di quest’anno.

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Nulla di eccezionale, se non fosse che le previsioni di Riad si basano su un barile mediamente venduto a quasi 80 dollari, quando nemmeno quest’anno si è arrivati a tale cifra, fermandosi a 72 dollari. Se, poi, le quotazioni dovessero mantenersi non lontane dai livelli attuali, sarebbe un bel guaio per le casse statali saudite. Ad esempio, alla media di 60 dollari, tenendo presente che la produzione giornaliera sarebbe di 10,3 milioni di barili con il taglio, il regno incasserebbe non più di 225 miliardi e per un margine netto di 135 miliardi, 40 in meno delle previsioni ufficiali e pari a un deficit extra del 4,8% del pil. In pratica, il bilancio rischia di essere gravato da un disavanzo fiscale a doppia cifra.

Non che sia sprovvisto di risorse per finanziarlo, se si considera che ancora Riad possiede quasi 500 miliardi di dollari tra le sue riserve valutarie, accumulati negli anni del boom petrolifero.

Il problema, però, sta diventando di prospettiva. Con la “Saudi Vision 2030”, il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) nell’aprile del 2016 aveva lanciato un piano ambizioso di riforme, teso a sganciare l’economia dalla eccessiva dipendenza dal petrolio. Tra le varie misure, persino l’incentivo dell’occupazione femminile, così da potenziare il settore privato. Ad oggi, qualcosa si è mosso, con le entrate petrolifere a pesare per i due terzi del totale contro l’85% del 2014, ma resta molto da fare. Oggi come oggi, ad esempio, il bilancio sarebbe in pareggio con quotazioni solo a 100 dollari al barile. Serve, dunque, attuare con celerità l’agenda delle riforme, anche se le tensioni geopolitiche e il caso Khashoggi negli ultimi mesi hanno raffreddato i rapporti tra il regno e la comunità finanziaria internazionale, tanto che l’IPO di Aramco, la compagnia petrolifera statale, è stata rinviata agli anni futuri, ma si dubita persino che avverrà mani. Avrebbe dovuto fare introitare allo stato sui 100 miliardi di dollari con la quotazione in borsa di solo il 5%, almeno secondo le stime ottimistiche di MbS. Denaro, che avrebbe tamponato il deficit saudita.

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