Petrolio, bomba del debito per i paesi emergenti

Petrolio, quotazioni basse e previsioni in calo fanno scattare l'allarme debito sui mercati emergenti.

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Petrolio, quotazioni basse e previsioni in calo fanno scattare l'allarme debito sui mercati emergenti.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha tagliato le stime sulla crescita della domanda di petrolio per l’anno prossimo, abbassandole a 1,12 milioni di barili al giorno dai +1,3 milioni precedenti. I consumi si attesterebbero, quindi, a 97,5 milioni di barili dai 96,3 del 2016. Tutto questo, mentre ieri sono stati pubblicati i dati sulle scorte negli USA al termine della settimana scorsa, risultate in crescita di 1 milione di barili, quando ci si aspettava un calo della stessa entità. Se le scorte accumulate di greggio non diminuiscono nel corso della stagione estiva, quando dovrebbero?

Nel frattempo, l’Arabia Saudita ha aumentato le sue estrazioni a luglio a una media di 10,67 milioni di barili al giorno, segnando un nuovo record assoluto, tagliando al contempo i prezzi per le consegne ai clienti asiatici per settembre, portando lo sconto ai massimi da 10 mesi a questa parte.

Presto vertice OPEC

L’OPEC terrà un vertice tra settembre e ottobre, su richiesta, in particolare, del Venezuela, il paese più in crisi economica e finanziaria del cartello. C’è grande preoccupazione tra i suoi produttori, specie perché non s’intravede la volontà dei sauditi di contribuire ad eliminare l’eccesso di offerta globale, che ora si attende che possa svanire nel corso dell’anno prossimo.

E, infatti, i mercati emergenti sono esposti a una bomba del debito, che è stata innescata negli anni del boom delle quotazioni, ma che adesso potrebbe detonare. Le società di petrolio e gas nei paesi emergenti chiave hanno emesso nel 2015 debito per quasi 440 miliardi di dollari, contro i 30,5 miliardi del 2000. Il trend dall’inizio del Millennio è stato sempre crescente ed esplosivo nell’ultimo quinquennio.

A fronte di questo boom, ci si aspetterebbe una crescita dei rendimenti offerti, rispetto a quelli esitati presso le economie avanzate, ma non è andata affatto così.

Grazie alle politiche monetarie ultra-espansive di USA, Europa e Giappone, gli investitori di tutto il pianeta sono affamati di rendimenti e sono da tempo in cerca di bond più appetibili. Il risultato di questa caccia è che i bond denominati in dollari ed emessi sui mercati emergenti scontano un premio rispetto ai corrispondenti titoli USA mediamente di appena mezzo punto percentuale, quando un anno e mezzo fa il divario era di 330 punti base.

 

 

 

Rendimenti bond emergenti relativamente meno convenienti

Dunque, non solo i mercati emergenti sono sempre più indebitati, tra cui le loro compagnie energetiche, ma sono diventati relativamente anche meno generosi in termini di rendimento offerto. E’ un grosso problema, considerando che il crollo delle quotazioni del greggio ha colpito pesantemente il valore delle esportazioni di molti di questi paesi. Quelle nette dell’OPEC sono passate dai 950,7 miliardi del 2012 ai 338 miliardi attesi per quest’anno. Parliamo di un tracollo su base annua di 613 miliardi rispetto a soli 4 anni fa.

In termini pro-capite, ovvero dividendo il valore delle esportazioni nette per il numero degli abitanti, i valori sono tornati ai livelli di fine anni Novanta: 499 dollari quest’anno contro i 1.491 del 2012. Dal 1975 ad oggi, un livello di entrate così basse si è registrato solo nel 1998 (425 dollari).

Numeri fanno scattare allarme debito

Cosa vogliamo dire? I mercati emergenti risultano esposti in titoli denominati in dollari per complessivi 3.800 miliardi, circa il 40% dell’importo totale del pianeta. Il debito è esploso di oltre 14 volte in appena 16 anni per le compagnie energetiche con sede in questi paesi, le quali stanno approfittando da tempo dei bassissimi rendimenti vigenti sui mercati avanzati.

Eppure, a fronte di questo boom del debito, le possibilità di onorarlo sono di molto diminuite, considerando che i soli membri dell’OPEC hanno visto ridurre di quasi i due terzi in 4 anni il valore delle loro esportazioni nette, per oltre 600 miliardi di introiti in meno rispetto al 2012.

Con l’eccezione del 1998, mai si sono registrati valori così bassi, tenendo conto del numero dei loro abitanti.

 

 

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