Petrolio ancora in calo, i sauditi vogliono il sangue degli altri produttori

Quotazioni del petrolio in calo su diverse notizie in arrivo, in particolare, dall'Arabia Saudita.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Quotazioni del petrolio in calo su diverse notizie in arrivo, in particolare, dall'Arabia Saudita.

Dall’inizio del mese, le quotazioni del petrolio arretrano di oltre un paio di dollari al barile, scendendo al momento a 35,45 dollari per il Wti e a 37,48 per il Brent. La corsa si è arrestata da circa tre settimane, ma adesso appare evidente che i prezzi possano sostare al di sotto dei 40 dollari, anziché al di sopra di tale soglia. E ancora una volta, a creare pessimismo tra gli operatori è, tra gli altri, l’Arabia Saudita. Si è appreso oggi che Aramco, la compagnia petrolifera statale di Riad, ha aumentato lo sconto per i suoi clienti in Asia di 10 centesimi al barile a 85 centesimi per il greggio leggero e con consegna a maggio. Per quello pesante, lo sconto è stato portato a 3,65 dollari. Il “benchmark” per i produttori nel Medio Oriente è determinato per ciascuna classe di greggio dalla media dei prezzi praticati da Oman e Dubai. L’aumento dello sconto rappresenta chiaramente una tattica commerciale per battere la concorrenza sui prezzi. La tempistica di queste azioni ci ricorda quanto avvenne un anno e mezzo fa, quando alla vigilia del vertice OPEC del 27 novembre 2014, Riad tagliò i prezzi del listino, segnalando ai concorrenti l’intenzione di difendere con le unghie e con i denti le quote di mercato. E la riunione del cartello esitò, infatti, un buco nell’acqua, scatenando le vendite sui mercati e facendo precipitare le quotazioni fino ai minimi toccati all’inizio di quest’anno, quando si attestarono nel range 25-30 dollari.

Produzione petrolio in crescita proprio in Arabia Saudita e Russia

Il prossimo 17 aprile si tiene a Doha un vertice straordinario tra i 13 membri dell’OPEC e i principali produttori esterni all’Organizzazione, USA esclusi. Oggi come allora, le attese diventano sempre meno concrete, man mano che ci avviciniamo a quello che si teme sul mercato sarà un nuovo non evento. D’altronde, i numeri parlano chiaro: nonostante a febbraio sia stato concordato il congelamento della produzione di greggio tra Arabia Saudita, Russia, Qatar e Venezuela ai livelli dello scorso gennaio, i due leader globali hanno accresciuto l’output. Nel dettaglio, Riad ha estratto la media di 10,21 milioni di barili al giorno dai 10,19 del mese precedente, mentre Mosca ha toccato i massimi degli ultimi 30 anni a 10,91 milioni di barili, in crescita dai 10,88 milioni di febbraio.      

IPO Aramco è notizia bearish

Tali variazioni, pur non significative, significano che i principali “pattisti” non starebbero tenendo fede all’accordo. Addirittura, mentre fino alla settimana scorsa Riad dava per scontato il diritto dell’Iran di aumentare le estrazioni dopo la revoca dell’embargo contro le sue esportazioni, adesso il Principe Mohammed bin Salman si mostra indisponibile a stabilizzare la produzione, nel caso in cui non facesse altrettanto Teheran, che con il suo ministro del Petrolio, Bijan Zanganeh, ha risposto picche, aumentando nel frattempo le estrazioni a febbraio a 3,22 milioni di barili al giorno dai 3 milioni di gennaio. E, infine, c’è ancora un’altra dichiarazione del principe saudita, vero detentore del potere monarchico del regno, ad avere persuaso gli investitori che la fine della crisi delle quotazioni potrebbe non essere vicina. Riad punta a quotare in borsa Aramco entro il 2018, ma molto probabilmente ciò avverrà già l’anno prossimo. Una IPO del solo 5% del capitale della compagnia porterebbe nelle casse statali anche oltre 100 miliardi di dollari, visto che la valutazione degli assets è data a 2.133 miliardi. Pur smentendo che l’operazione sia finalizzata a fare cassa, puntando, invece, a diversificare l’economia e a trasformare Aramco in una compagnia “energetica” (trapela l’intenzione di puntare sulle energie rinnovabili), bin Salman sostanzialmente conferma che l’enorme deficit statale, esploso al 15% nel 2015 e atteso nell’ordine di questa percentuale anche per quest’anno, sarà coperto nel breve e medio termine non già con una politica tesa a ravvivare i prezzi della materia prima, ma tramite la progressiva cessione sul mercato di parte del colosso. Se ciò fosse vero, è un indizio ulteriore che i sauditi non avrebbero intenzione di darla vinta alle compagnie petrolifere straniere, russe, iraniane e americane in testa, ma desidererebbero infliggere loro maggiore dolore, costringendole a tagliare la loro produzione, arretrando così dai principali mercati asiatici, come in Cina, che Riad considera una cosa sua.  

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Argomenti: Altre economie, Arabia Saudita, Crisi materie prime, Economia Europa, Economia USA, Economie Asia, Petrolio, quotazioni petrolio