Petrolio e alluminio, il messaggio di Trump all’Iran passa per la Russia e colpisce anche l’Europa

Il prezzo dell'alluminio s'impenna sui mercati e qualcosa di simile sta già accadendo al petrolio. Vediamo quale impatto negativo avrebbero eventuali sanzioni all'Iran sull'economia europea, dopo quelle già comminate alla Russia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il prezzo dell'alluminio s'impenna sui mercati e qualcosa di simile sta già accadendo al petrolio. Vediamo quale impatto negativo avrebbero eventuali sanzioni all'Iran sull'economia europea, dopo quelle già comminate alla Russia.

Le sanzioni contro gli oligarchi russi comminate dagli USA iniziano a fare male, ma non solo a Mosca, bensì proprio all’Europa. Una delle realtà colpite dall’amministrazione Trump è Rusal, il produttore di alluminio di proprietà di Oleg Deripaska, accusato di essere vicino al Cremlino e per questo punito da Washington, in forma di ritorsione contro le ingerenze russe nelle elezioni presidenziali americane del 2016 e in diverse altre occasioni in Europa. Nel 2017, Rusal ha prodotto 1,9 milioni di tonnellate di alluminio, pari a un quarto dell’intera produzione in Russia, e al 3% di quella mondiale. E così, i prezzi della materia prima si sono impennati del 25% dalla data dell’annuncio delle sanzioni, ovvero in un paio di settimane. Il mercato teme, infatti, una carenza del bene e ripercussioni a cascata nelle produzioni di svariati prodotti, tra cui le automobili.

Russia, sanzioni USA fanno crollare il rublo e impennare l’alluminio: cosa succede?

Non a caso, ieri a lanciare l’allarme per una possibile recessione in Europa è stata la WirtschaftsVereinigung Metalle, una lobby che rappresenta 655 società. I problemi sarebbero già avvertiti in alcuni impianti di Svezia e Irlanda e di questo passo, spiega l’associazione, le case automobilistiche sarebbero costrette a fermare la produzione da qui a breve. Preoccupa particolarmente la situazione dell’irlandese Aughinish, che non starebbe potendo nemmeno scaricare due navi piene di alluminio, partite in consegna per Dunkirk, e ferme da giorni al porto irlandese. La fonderia di Dunkirk è la più grande del continente e rifornisce tra gli altri BMW e Daimler.

Anche solo supponendo che le società riescano in breve a sostituire Rusal con altri fornitori, i prezzi si sono già impennati e potrebbero continuarlo a fare nelle prossime settimane, nel caso si arrivasse a una chiusura, pur temporanea, della società russa. Ciò equivale a prevedere rialzi per i prezzi di una quantità innumerevole di beni, con conseguenze negative per il mercato, in generale. Le sanzioni americane, infatti, nei fatti colpiscono tutti coloro che commerciassero con Rusal e le altre società russe oggetto dell’embargo, in quanto verrebbero tagliati fuori dal circuito finanziario USA, il principale al mondo. In pratica, se una casa automobilistica europea continuasse a rifornirsi da Rusal, essa non potrebbe più ottenere prestiti da una banca americana, né emettere obbligazioni su quel mercato o compiere altre operazioni di natura finanziaria a Wall Street. Si capisce perfettamente come nessuno rischi di finire nella “black list” del Tesoro americano, altrimenti sarebbero dolori, trattandosi della prima economia mondiale.

Il rischio Iran

Attenzione, però, perché le sanzioni contro la Russia sarebbero solo un antipasto del menù che Donald Trump vorrebbe servire all’Iran nei prossimi mesi. Il presidente ha sin dalla campagna elettorale espresso critiche pesanti all’accordo stretto tra l’amministrazione Obama e Teheran, nonché dalle altre principali potenze nucleari del pianeta, con cui all’inizio del 2016 sono state revocate le sanzioni contro le esportazioni di petrolio iraniano. In cambio, la Repubblica Islamica si è impegnata a collaborare per non utilizzare la tecnologia nucleare a fini militari. Gli ispettori internazionali stanno monitorando gli sviluppi da due anni e ad oggi ritengono che il regime stia adempiendo ai suoi doveri.

Trump rompe con l’Iran sul nucleare, ma petrolio per ora indenne

A maggio, il Congresso americano dovrà valutare se revocare o continuare a seguire i termini dell’accordo, con la Casa Bianca che preme per la prima opzione, alleata di ferro dell’Arabia Saudita, nemico giurato dell’Iran nello scacchiere mediorientale. Teheran esporta la media di 2,1 milioni di barili al giorno, di cui il 30% finisce in Cina, il 25% in Europa, tra cui l’Italia, e quasi un altro quarto in India. Ora, l’Europa ha fatto capire a Trump che non ha intenzione di assecondarlo nell’eventuale ripristino delle sanzioni contro l’Iran. Poco importa, perché si replicherebbe lo schema di cui sopra, ovvero qualsiasi compagnia che importasse petrolio dall’Iran sotto embargo americano o che assicurasse tali forniture o praticasse altro tipo di assistenza tecnica, commerciale o finanziaria verrebbe estromessa dal mercato finanziario USA. Chi mai si assumerebbe un simile rischio? Da qui, la portata “extraterritoriale” delle sanzioni americane.

Un impatto doloroso sull’economia mondiale

Che cosa accadrebbe, dunque, nel caso in cui Trump rimettesse Teheran sulla lista nera? Per forza di cose, quasi tutti, se non tutti, gli stati finirebbero per tagliare i rapporti commerciali con l’Iran. Le quotazioni del petrolio schizzerebbero, dopo essersi non a caso impennate di oltre il 12% nell’ultimo mese ai 74,24 dollari per il Brent. Il rincaro del greggio magari sarebbe momentaneo, ossia giusto il tempo che a estrarre più petrolio fossero altri paesi, ma l’impatto sull’economia mondiale vi sarebbe. Si consideri, poi, che l’OPEC, la Russia e altre economie minori si sono impegnate a restringere l’offerta fino alla fine dell’anno. Vero, nel caso di emergenza potrebbero innalzare le quote loro spettanti a compensazione degli oltre 2 milioni di barili in meno al giorno offerti sul mercato globale (2% del totale), ma non sarebbe un’impresa semplice e immediata e, anzi, sauditi e russi potrebbero approfittarne per lucrare dal rialzo delle quotazioni, anziché soddisfare tutta la maggiore domanda globale.

Prezzi di petrolio, alluminio e altre materie prime in crescita non farebbero che accelerare la lenta reflazione in corso, ma per le banche centrali principali sarebbe tutt’altro che una buona notizia, perché la risalita dell’inflazione verso i rispettivi target avverrebbe non già per un miglioramento della congiuntura economica, bensì per il maggiore costo dei beni importati e prodotti. Insomma, per la ragione sbagliata dovrebbero essere velocizzati i piani di uscita dagli stimoli monetari e tassi azzerati con un’inflazione che dovesse tendere o superare il 2% non troverebbero più alcuna giustificazione. Stiamo abbozzando un semplice assaggio di cosa significhino nuove sanzioni alla Russia, seguite da quelle ai danni dell’Iran. Stiamo parlando di due grandi fornitori mondiali di materie prime, di cui nel breve termine l’Europa non può fare a meno. E la crescita nell’Eurozona, in particolare, mostra già qualche segnale di rallentamento. Dopo tutto, la ripresa nell’area si è diffusa gradualmente con il tracollo dei prezzi delle materie prime, che dalla primavera del 2014 fino agli inizi del 2016 fu del 43%. Basta poco per tornare indietro.

Franco svizzero e mercato immobiliare a Londra colpiti dalle sanzioni alla Russia?

[email protected]

 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Crisi materie prime, Economia Europa, Petrolio, quotazioni petrolio

I commenti sono chiusi.