Petrolio, quotazioni in ribasso sul “cigno nero” saudita

Prezzi del petrolio in calo all'inizio della settimana. Il mercato teme le cattive notizie in arrivo dall'Arabia Saudita, e non solo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Prezzi del petrolio in calo all'inizio della settimana. Il mercato teme le cattive notizie in arrivo dall'Arabia Saudita, e non solo.

Cigno nero per il petrolio? Inizia con un calo di circa l’1% per i prezzi del petrolio la nuova settimana di contrattazioni. Il Wti cede l’1,09% a 47,88 dollari, il Brent dello 0,90% a 48,28 dollari, dopo avere guadagnato rispettivamente il 3,3% e l’1,7% nel corso della scorsa settimana. A fare ripiegare le quotazioni c’è il timore che esse siano già cresciute troppo e troppo in fretta. Rispetto ai minimi toccati tra gennaio e febbraio, infatti, risultano oggi dell’80% più alte, abbastanza forse per indurre qualche compagnia, specie negli USA, a riesumare parte delle estrazioni fermate nei mesi scorsi perché non più convenienti. A tale proposito vale il dato relativo ai siti estrattivi attivo sul territorio americano, che per la prima volta quest’anno, la scorsa settimana sarebbero rimasti di numero inalterato, stando a Bagher Hughes, a conferma che potrebbe essere finita la fase di riduzione della produzione, proprio a seguito del rally dei prezzi.

Produzione petrolio in calo in Canada e Nigeria

Ad avere contribuito in maniera determinante a corroborare le quotazioni nelle ultime settimane sono stati, peraltro, due eventi contingenti: gli incendi in Canada e i sabotaggi dei pozzi in Nigeria. Nel paese nordamericano, alcuni incendi di imponente portata hanno minacciato le estrazioni di ben un milione di barili al giorno, ovvero del 40% dell’intera produzione nazionale. Allo stesso tempo, un gruppo di guerriglieri, noto come Niger Delta, ha rialzato la testa nella prima economia africana, sabotando la produzione dei pozzi e facendola crollare dai 2,4 milioni di barili al giorno di qualche mese fa ai circa 1,4 milioni attuali. Il nuovo presidente Muhammudu Buhari, al potere dallo scorso anno dopo elezioni all’insegna della lotta alla corruzione, non ha rinnovato, infatti, le elargizioni di cui godevano questi gruppi paramilitari, che da anni minacciano la sicurezza del paese, chiedendo in cambio il pagamento di una sorta di pizzo da parte dello stato per proteggere i siti produttivi. La situazione è molto grave, perché da paese esportatore, di questo passo la Nigeria si trasformerebbe in paese importatore di greggio.      

Riserve saudite in costante discesa

Alcune notizie non paiono rassicuranti nemmeno sull’Arabia Saudita, che pur disponendo di riserve valutarie per 582 miliardi di dollari, potrebbe non possedere la liquidità sufficiente per onorare i pagamenti, tanto che avrebbe deciso di saldare i fornitori con l’emissione di cambiali, da girare a sconto anche subito presso le banche. Le riserve elevate di Riad potrebbero tradire un dato, ovvero che solo una minima parte è liquida, essendo investite in assets come Treasuries, altri bond, azioni, etc. Resta il fatto che l’Iran intende aumentare da qui all’estate le sue estrazioni di 2,2 milioni di barili al giorno, senza alcun riguardo per gli effetti che ciò avrà sulle quotazioni globali. Negli USA, nonostante il crollo dei siti estrattivi, la produzione non è scesa altrettanto, come dimostra anche la quasi incessante crescita delle scorte di greggio, aumentate di 1,31 milioni di barili nella settimana conclusasi il 13 maggio scorso.

Previsioni prezzi petrolio

Grazie anche a un miglioramento sul fronte della produttività, gli analisti scommettono che l’America sarà complessivamente in grado di sostenere prezzi anche inferiori ai 50 dollari, mentre il ministro del Petrolio russo, Alexander Novak, stima in 1,5 milioni di barili al giorno l’eccesso di offerta per quest’anno, attendendosi quotazioni medie nel range 40-50 dollari, sostanzialmente in linea con quelle di Goldman Sachs, che stima sia il Brent che il Wti a 45 dollari al barile quest’anno. Questi dati ci spingono a ritenere, quindi, che il rally del petrolio potrebbe essere finito, che il mercato paia avere scontato già tutti gli eventi negativi sul lato dell’offerta, per cui le quotazioni attuali potrebbero risultare nelle prossime settimane persino un po’ ottimistiche, se la produzione in Nigeria verrà almeno parzialmente ripristinata con un accordo tra stato e guerriglieri e/o se la domanda globale si mostrerà un po’ più debole delle attese. Sembra essersi allontanato lo spettro di un nuovo tracollo ai minimi dell’anno, anche se Bank of America non sembra della stessa opinione, paventando il rischio di un nuovo tonfo a 25 dollari, nel caso che l’Arabia Saudita dovesse abbandonare il “peg”, invitando i clienti a “shortare” il rial.      

Cambio saudita è cruciale per mercato petrolio

Dal 1985, il cambio tra il rial e il dollaro viene fissato a 3,75, ma questo sta impedendo al paese di compensare il crollo delle quotazioni del greggio, dalle quali dipendono i tre quarti delle entrate statali, con un indebolimento della valuta, che aumenterebbe i ricavi in dollari. Se la pressione sulle finanze di Riad dovesse intensificarsi (nonostante il ritorno all’emissione di debito pubblico a medio-lungo termine, le riserve continuano a diminuire al ritmo di 10 miliardi di dollari al mese), gli investitori scommettono che prima o poi il “peg” dovrà essere abbandonato e l’evento sarebbe il “black swan” (il cigno nero) del 2016. Se ciò accadesse, gli effetti potrebbero essere dirompenti sul mercato del petrolio, perché con la svalutazione del rial, i sauditi guadagnerebbero tempo prezioso per cercare di risanare i loro conti pubblici, grazie all’aumento delle entrate in valuta locale. Seguirebbe sostanzialmente le orme della Russia, che pur andando in recessione e subendo un’impennata dell’inflazione, è riuscita a contenere entro il limite del 3% del pil il deficit statale, grazie all’abbandono del rublo alla libera fluttuazione sui mercati. Per il greggio sarebbe una pessima notizia, perché implicherebbe il venir meno della speranza che il Regno Saudita possa contribuire alla risalita dei prezzi con un taglio della produzione.  

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Argomenti: Altre economie, Arabia Saudita, Crisi materie prime, Economia Europa, Economia USA, Economie Asia, Petrolio, quotazioni petrolio