Petrolio ai minimi dal 2003, ma gli USA continuano ad accumulare scorte

Quotazioni del petrolio ai minimi dal 2003, ma dagli USA non arrivano segnali di un rallentamento della produzione. Goldman Sachs, però, intravede un discreto recupero nella prima metà del 2016.

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Quotazioni del petrolio ai minimi dal 2003, ma dagli USA non arrivano segnali di un rallentamento della produzione. Goldman Sachs, però, intravede un discreto recupero nella prima metà del 2016.

Si mostrano in calo anche oggi le quotazioni del petrolio, che scendono a 28,19 dollari al barile per il Wti (-16 centesimi) e a 27,76 dollari (-12 centesimi) per il Brent. Ieri, il greggio negli USA è arrivato ad essere venduto sotto i 27 dollari per la prima volta dal 2003. Dall’inizio dell’anno, i prezzi sono scesi del 25% e a questo punto sembra avverarsi lo scenario peggiore profetizzato da Goldman Sachs nel 2015, quando ha avvertito che, pur temporaneamente, le quotazioni sarebbero potute scendere fino ai 20 dollari al barile.

E ieri si è scatenato il pessimismo, quando il Dipartimento dell’Energia di Washington ha comunicato i dati sulle scorte negli USA, salite alla fine della settimana scorsa di 4,6 milioni di barili a 485,2 milioni, ben oltre i 2,8 milioni stimati dagli analisti. Ciò dimostrerebbe come la produzione americana di greggio continui a restare invariata o persino in crescita, facendo temere l’arrivo di quel momento, in cui i serbatoi non avranno più spazio per accumulare nuove scorte e le compagnie americane dovranno immettere tutta la loro produzione in eccesso sul mercato, facendo sprofondare i prezzi a valori ancora più bassi.

Scorte petrolio USA alte, ma Goldman Sachs non dispera

Eppure, proprio Goldman Sachs è apparentemente tornata “bullish”, date le condizioni, non stimando più una discesa delle quotazioni, ma prevedendo una loro risalita verso i 40 dollari al barile per il primo semestre dell’anno. Alla base di questo timido ottimismo ci sarebbe la constatazione che per quanto elevata resti la produzione negli USA e fuori, i serbatoi non sembrano esaurire la loro disponibilità di spazio fisico, anche perché non sarebbe nemmeno facile capire quanto ancora ne posseggano. Le rilevazioni aeree non avrebbero sortito grossi risultati.      

Possibile ancora l’accumulo di scorte?

Se i serbatoi potranno continuare a contenere barili, quindi, lo scenario peggiore potrebbe essere evitato. In realtà, va detto che esso si sta già realizzando, dato che le quotazioni risultano scese in prossimità proprio dei livelli profetizzati lo scorso anno dalla banca d’affari USA.

Adesso, il vero problema è che ai prezzi attuali non converrebbe produrre a gran parte delle compagnie del pianeta. Non a quelle americane, che starebbero bruciando cash operativo; né a quelle canadesi, che stanno producendo in alcuni casi già a 20 dollari al barile, con contraccolpi grossi sull’economia nazionale e sul dollaro locale. Nemmeno la Russia, primo produttore energetico al mondo, trova più conveniente continuare ad estrarre barili e per la prima volta da anni, Rosneft annuncia che nel 2016 ci sarà un taglio dell’offerta.

Ai più non conviene produrre

Il Venezuela stava molto male anche con le quotazioni sopra i 100 dollari al barile, adesso vive una situazione economica catastrofica, tanto che chiede all’OPEC una riunione di emergenza. Ma l’Arabia Saudita, che dispone delle terze riserve di valuta straniera più elevate al mondo e il cui costo industriale si aggira sul dollaro al barile, non ha intenzione di sacrificare le sue quote di mercato, magari per cederle all’odiato Iran, appena tornato sui mercati esteri. La battaglia tra i 2 paesi si starebbe tenendo, in particolare, sull’Europa. Il mercato del Vecchio Continente fa gola a sauditi, iraniani e russi, che si rivaleggiano a colpi di sconti, a tutto beneficio dei consumatori, che al netto dell’effetto cambio, stanno vivendo una stagione positiva di bassi prezzi.        

Rivalità tra Iran e Arabia Saudita sul mercato europeo

Per l’Iran, nonostante stia tornando ad esportare in uno scenario globale depresso, ogni dollaro in ingresso è sempre in più di quanto incassasse fino alla settimana scorsa sotto le sanzioni internazionali. L’economia del paese da 400 miliardi di dollari beneficerà, secondo il governatore della banca centrale di Teheran, Valiollah Seif, di investimenti stranieri per 50 miliardi e la crescita del pil potrebbe accelerare fino al 5-6% nell’anno che termina il mese di marzo del 2017. Le rivalità all’interno del Medio Oriente, nonché tra OPEC e produttori esterni non lascia intravedere un recupero veloce dei prezzi, che quand’anche dovessero cessare di scendere, tornerebbero ai livelli del dicembre scorso, magari attestandosi su quei 40 dollari, che rappresentano il limite minimo accettabile per le compagnie americane.

 

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