Petrolio ai minimi da 14 mesi, Cina giù e tassi Fed incerti: ecco servita la crisi di Natale

La Federal Reserve si accinge ad alzare i tassi per la quarta volta quest'anno, mentre nel mondo c'è aria di crisi. E Trump attacca il governatore Powell, chiedendo la fine della stretta negli USA.

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La Federal Reserve si accinge ad alzare i tassi per la quarta volta quest'anno, mentre nel mondo c'è aria di crisi. E Trump attacca il governatore Powell, chiedendo la fine della stretta negli USA.

Un tweet del presidente americano Donald Trump riassume in pochi caratteri l’essenza del momento: “E’ incredibile che con un dollaro molto forte, un’inflazione virtualmente inesistente, con il mondo che sta esplodendo intorno a noi, Parigi che brucia e la Cina che rallenta di molto, la Fed stia anche solo pensando a un altro rialzo dei tassi”. Già, perché oggi e domani si tiene la due giorni della Federal Reserve, che con ogni probabilità esiterà il quarto rialzo dell’anno da 25 punti base.

I tassi USA saliranno, dunque, al nuovo range del 2,25-2,50%, mentre il dollaro si è portato mediamente ai massimi da un anno e mezzo contro le altre principali divise del pianeta e l’inflazione americana a novembre si è attestata al 2,2%, di poco sopra il target del 2%, ma è dall’estate che segnala una costante decelerazione.

Nel frattempo, il petrolio è crollato nuovamente e ai minimi da 14 mesi, portandosi sotto i 59 dollari al barile per il Brent e sotto i 50 dollari per il Wti americano. Ieri, nuovo tonfo di Wall Street, con l’indice Dow Jones ad avere chiuso in calo del 2,1%, portando al -12% il bilancio degli ultimi due mesi e mezzo, ossia dai massimi di sempre. La borsa a stelle e strisce è in correzione e già la metà dei titoli dell’S&P 500 è entrata nella fase orso, perdendo almeno il 20% rispetto ai massimi toccati di recente.

OPEC a pezzi, petrolio giù sotto 60 dollari

Per capire cosa stia accadendo, bisogna tornare al tweet di Trump, perché contiene il grosso degli avvenimenti negativi di questa fase sui mercati. La Cina sta diventando una delle fonti principali di preoccupazione per la crescita mondiale. La sua economia si trova in vistoso rallentamento, anche se i dati ufficiali continuano a parlare di pil a oltre +6%, un sogno per tutte le economie avanzate. In realtà, il Dragone asiatico si regge su una potente, quanto allarmante, bolla del credito. I prestiti a imprese, famiglie ed enti pubblici hanno sostenuto il boom dell’ultimo decennio, portando il rapporto debito/pil complessivo al 300%.

Ma il credito sta frenando, continuando a crescere mediamente di poco più del 13%, circa 2,5 punti in meno rispetto al 2016. E la fiducia tra consumatori e imprese ha tirato il freno a mano, arretrando visibilmente per gli uni rispetto ai primi mesi dell’anno, per le seconde sta andando pure peggio, se considerate che nel 2018 solo due mesi hanno registrato un dato positivo, ossia febbraio e maggio.

I fattori di rischio nel mondo

Le vendite al dettaglio in Cina stanno decelerando anch’esse ai minimi da 15 anni e mezzo. Trattasi di cifre preoccupanti, perché Pechino ha chiuso per la prima volta da 25 anni un saldo negativo delle partite correnti per i primi 9 mesi, segno che il suo surplus commerciale non sia più in grado di compensare i deflussi dei capitali in atto. Insomma, dovrebbe puntare le direttrici della crescita all’interno, ma a tradire sono adesso anche i consumi domestici in tempi di dazi imposti e altri minacciati dall’amministrazione Trump.

Sull’Europa, il presidente americano ha citato solo la Francia come fattore di crisi, ma come non fare riferimento anche alla Brexit, il cui accordo è tutto da rivedere, alla luce delle tensioni politiche esplose a Londra? E che dire anche del caso Italia, con una manovra di bilancio apparentemente destinata ad evitare la procedura d’infrazione della UE, ma che segnala lo stato di scontro quasi permanente tra Roma e Bruxelles, alla vigilia delle elezioni europee di maggio? E la Germania sta tornando ai tempi cupi di inizio millennio, quando alla cancelleria c’era il socialdemocratico Gerhard Schroeder e il governo tedesco era ripiegato sui problemi interni. E così è anche nella fase terminale dell’era Merkel, con la cancelliera praticamente ormai l’ombra di sé stessa, impossibilitata anche solo a rendere una dichiarazione pubblica su un qualche tema rilevante, rischiando altrimenti di fare cadere il governo che presiede.

Le cifre della crisi in arrivo nell’Eurozona

Se la BCE ha iniziato a tagliare gli stimoli monetari, annunciando la fine del “quantitative easing”, nonostante l’Eurozona stia rallentando e sembra più vicina alla recessione che a una crescita solida della sua economia, la Fed ha segnalato nelle scorse settimane di volere procedere con cautela con la stretta iniziata ormai nel lontano dicembre 2015, ma oggi deve salvare la faccia alzando i tassi, altrimenti verrà accusata o di essere politicizzata o di non averci capito nulla fino al mese scorso o di entrambe le cose.

I mercati stanno scontando già un solo rialzo dei tassi nel 2019 e, detto francamente, non sappiamo nemmeno se arriverà. Domani sera (ore italiane), il governatore Jerome Powell ci fornirà le nuove proiezioni macro e da lì capiremo se l’istituto da lui guidato abbia intenzione seriamente di svoltare o se reciterà la parte dell’attendista ancora per qualche mese.

Fed verso l’ultimo rialzo dei tassi USA?

La Casa Bianca pretende che la corsa al rialzo dei tassi venga fermata subito. Trump sa che l’America rischia la recessione dopo quasi 10 anni di crescita e, quindi, cerca di allontanare lo spettro della crisi prima delle prossime elezioni presidenziali. Per farlo, strombazza la sua opposizione alla stretta a ogni evento possibile con l’obiettivo di mettere pressione a Powell e, soprattutto, di preparare mentalmente gli investitori ad accettare l’inversione a U della Fed da qui a breve. Quello di domani potrebbe essere l’ultimo rialzo della serie, in effetti. Tutto il mondo sembra andare in un’altra direzione, per cui nemmeno la pur vigorosa (ad oggi) crescita del pil USA può essere valutata come avulsa rispetto al contesto più ampio in cui s’insinua. Ed ecco che il petrolio è piombato ai livelli di ottobre 2017, segnalando una domanda meno solida di quanto si credesse fino a qualche mese fa e incapace di tenere testa alla crescita dell’offerta.

L’insieme di questi dati ci fornisce un quadro a dir poco sospetto: l’economia mondiale sta rallentando, perché è impossibile sperare che senza Cina, Europa, Giappone e USA continui a crescere a livelli sostenuti.

E parliamo di economie che stanno rivedendo o stanno per rivedere le loro stime per l’anno prossimo tutte al ribasso, mentre l’inflazione decelera per effetto sia della più debole congiuntura, sia del ripiegamento delle quotazioni delle materie prime. Vi stupite se il Treasury a 10 anni offra adesso il 2,84%, ai minimi da 3 mesi, 17 punti base in più di quello a 2 anni? Stava al 3,24% solo l’8 novembre scorso. E il tratto della curva a medio-breve termine (2-5 anni) resta tra il piatto e l’invertito, mentre il “breakeven” tra quinquennali con cedola fissa e omologhi con cedola legata all’inflazione risulta sceso all’1,60%, ai minimi da 15 mesi, giù dal 2,16% di maggio, un segnale piuttosto chiaro delle aspettative d’inflazione negli USA ben più “fredde” da parte del mercato rispetto solo a qualche mese fa.

Trump la spunta sui tassi in America, Fed ora più morbida sulla stretta 

Non sarà Trump a porre fine alla stretta della Fed. Qui si stanno presentando tutti gli ingredienti per prevedere una sua imminente sospensione, un fatto che porterà BCE e altre grandi banche centrali a giustificare il loro passo indietro rispetto ai piani annunciato nei mesi scorsi. Con una differenza di non poco conto: l’America ha messo da parte discrete frecce nel suo arco da scagliare contro l’eventuale arrivo della crisi, mentre Francoforte non ne ha praticamente alcuna, trovandosi già con tassi azzerati, acquisti di assets ancora da cessare e un euro di circa il 20% più debole contro il dollaro rispetto al 2014, prima che fossero varati gli stimoli non convenzionali. Questa sarà la tragedia del dopo Draghi o forse della fase finale dell’attuale stesso mandato.

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