Petrolio ai massimi da metà 2015 sopra $60 e gli USA “rubano” mercati

Quotazioni petrolifere sopra i 60 dollari con l'OPEC a rinnovare l'accordo per tagliare la produzione. Ma a godere sono gli USA, che registrano un boom delle esportazioni.

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Quotazioni petrolifere sopra i 60 dollari con l'OPEC a rinnovare l'accordo per tagliare la produzione. Ma a godere sono gli USA, che registrano un boom delle esportazioni.

Sono bastate le voci saudite di una nuova estensione dell’accordo OPEC a tutto l’anno prossimo, come da attese, a spingere le quotazioni del petrolio sopra la soglia dei 60 dollari al barile, un fatto che segna una svolta “psicologica” sul mercato mondiale dell’oro nero, perché era dalla metà del 2015 che non si registravano simili prezzi. Al momento, il Wti americano quota a 53,85 dollari, circa 6,70 in meno del Brent, il divario più ampio, anche in questo caso, da due anni a questa parte.

Dall’inizio dell’anno, tuttavia, i guadagni restano inferiori al 5% e considerando che nel frattempo il dollaro ha perso mediamente il 7,5%, gli acquirenti mondiali non hanno ancora patito alcun effetto reale della risalita delle quotazioni.

L’OPEC terrà una riunione a Vienna il 30 novembre prossimo, nel corso della quale sarà esteso il taglio della produzione per complessivi 1,8 milioni di barili al giorno, tenendo conto dei quasi 600.000 barili di minore offerta concordati da Russia e una decina di altri paesi produttori esterni al cartello, stando alle analisi del quale sarebbe stato raggiunto già in queste settimane un equilibrio sul mercato petrolifero globale. (Leggi anche: Giganti del petrolio contro boom shale USA)

Boom esportazioni USA

Se c’è un’economia che sta godendo della risalita delle quotazioni è senz’altro quella americana. I dati ufficiali dimostrano che su base annua, le esportazioni USA risultano più che triplicate a una media trimestrale di 1,7 milioni di barili al giorno, toccando l’apice di 1,98 milioni di barili al giorno nell’ultima settimana di settembre, anche se alla metà di ottobre sono scese a 1,3 milioni quotidiani. E’ l’effetto del ritorno dell’America sul mercato petrolifero mondiale, dopo che l’amministrazione Obama ha rimosso nella primavera di due anni fa l’auto-embargo varato quaranta anni prima dal presidente Jimmy Carter per ragioni di sicurezza nazionale. (Leggi anche: Prezzi petrolio, dove vanno questo trimestre?)

Le esportazioni americane crescono a ritmi rapidi e potrebbero raddoppiare a 4 milioni di barili al giorno entro il 2022. Attenzione, non si pensi che il boom implichi che gli USA siano diventati un’economia esportatrice di greggio, visto che continuano ad importare oltre 10 milioni di barili al giorno, a fronte di una produzione quotidiana di 9,5 milioni.

E l’Asia è il principale mercato di sbocco per il greggio americano, con 300.000 barili al giorno importati dalla Cina. Possono sembrare ancora pochi, rispetto agli 1,5 milioni dei russi e ai più di 1 milione dei sauditi, ma la crescita si mostra esponenziale e tutta a discapito dell’OPEC, impegnata da un anno a riequilibrare il mercato globale, auto-restringendo la propria offerta.

Certo, le sfide che le compagnie a stelle e strisce dovranno affrontare non saranno facili. Gli analisti stimano che con esportazioni a 3,5-4 milioni di barili al giorno, l’America rischia di patire gli effetti dei cosiddetti “colli di bottiglia”, in quanto tra domanda interna ed estera, l’offerta non sarebbe in grado di tenere il passo, provocando un aumento dei prezzi domestici. Problemi vi sarebbero anche sul fronte delle infrastrutture, in quanto le pipeline risulterebbero al momento insufficienti a garantire un giusto afflusso di greggio per le esportazioni e al contempo l’approvvigionamento dall’estero.

Petrolio USA resiliente a basse quotazioni

Diverse ragioni spingono i mercati stranieri a importare greggio americano. Per prima cosa, esso è di ottima qualità, leggero e in quanto tale migliore di quello estratto in altre importanti economie produttrici, come il Venezuela. Secondariamente, i contratti siglati con le compagnie americane vengono percepiti abbastanza sicuri, anche perché non sono esposti ai tipici rischi politici di quelli firmati con l’OPEC, le cui compagnie sono ancora sotto lo stretto controllo dei rispettivi governi, risentendo delle vicissitudini geo-politiche. E cosa non meno importante riguarda i prezzi: il Wti costa meno del Brent. (Leggi anche: Petrolio USA spiazza OPEC)

C’è un aspetto preoccupante per l’OPEC: le compagnie petrolifere americane si mostrano efficienti e resilienti alla discesa dei prezzi, essendo in grado di restare redditizie pur con quotazioni intorno o inferiori ai 50 dollari. Questo, grazie non solo al taglio dei costi deciso con il crollo delle quotazioni internazionali, ma anche al supporto della finanza, che consente loro di assicurarsi contro i rischi di prezzi calanti, continuando sostanzialmente a incassare per mesi come se questi rimanessero ai livelli più alti del passato.

A 60 dollari sul mercato internazionale, ogni barile estratto diventa ancora più remunerativo in America, dove le compagnie sono abituate a produrre in un ambiente di prezzi più bassi. Il boom delle esportazioni e il taglio della produzione OPEC rimpiazzeranno in Asia greggio saudita, iracheno, etc., con quello americano in mercati di sbocco allettanti come la Cina, primo importatore mondiale con oltre 11,5 milioni di barili al giorno. E così, se nell’ultimo anno la produzione del cartello e degli altri paesi aderenti all’accordo è diminuita di 1,8 milioni di barili rispetto ai livelli dell’ottobre 2016, le esportazioni americane hanno assorbito oltre metà di tale taglio. Riad sembra ad oggi di fare un favore al suo più minaccioso competitor.

 

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