Petrolio affossato dalla Cina, ecco cosa non accadeva da 30 anni

Quotazioni del petrolio ai minimi da un anno. Un barile di Brent costa intorno ai 53 dollari, quasi un quarto in meno da inizio anno. E a colpire i prezzi è il Coronavirus in Cina, che sta sconvolgendo lo scenario economico per la prima volta in 30 anni.

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Quotazioni del petrolio ai minimi da un anno. Un barile di Brent costa intorno ai 53 dollari, quasi un quarto in meno da inizio anno. E a colpire i prezzi è il Coronavirus in Cina, che sta sconvolgendo lo scenario economico per la prima volta in 30 anni.

Il prezzo del petrolio è tornato ai minimi da un anno, con il Brent ieri ad essere sceso fino a 53,17 dollari al barile, perdendo il 24% quest’anno. Male anche il WTI americano, finito sotto i 50 dollari e segnando anch’esso un calo nell’ordine del 23% da inizio 2020. Ancora una volta a tenere banco sui mercati è il Coronavirus. I morti accertati in Cina hanno superato la soglia dei 1.000, con un tasso di mortalità in area 2%, non altissimo, se confrontato con quelli realmente allarmanti della febbre aviaria a fine anni Novanta, che in Asia oltrepassarono il 50%.

L’impatto sull’economia cinese, però, sta diventando molto serio. Decine, se non centinaia, di multinazionali con sede nel Dragone asiatico hanno sospeso la produzione, in attesa che il virus raggiunga il suo picco, così da limitare gli spostamenti e le occasioni di contagio per i lavoratori. Secondo Robert Willock, direttore dell’Economist Corporate Network per il Medio Oriente e il Nord Africa, se il virus sarà sotto controllo entro marzo, il pil cinese crescerà quest’anno del 5,4%, anziché del 5,9% delle stime passate, ma se la pandemia non fosse sotto controllo entro giugno, la crescita si arresterà al 4,5%.

Il rallentamento dell’economia cinese è in atto da anni, con il 2019 ad avere segnato il tasso di crescita più basso dal 2019. Il Coronavirus interviene in una fase già delicata di cosiddetto “atterraggio morbido” e rischia di provocare molti danni proprio al petrolio. I 23 membri dell’OPEC e i 10 alleati esterni, tra cui la Russia, non hanno ancora raggiunto un accordo per tagliare la produzione di altri 600 mila barili al giorno. Da anni, essi l’hanno ridotta di complessivi 1,7 milioni di barili al giorno.

La Russia resta contraria, sostenendo che non sarebbe questa la risposta da offrire alla crisi del comparto. Mosca può assorbire i cali dei prezzi grazie alla flessibilità del rublo, l’Arabia Saudita no.

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Cina croce e delizia del petrolio

La Cina è il secondo consumatore di petrolio al mondo. Lo scorso anno, la sua domanda dovrebbe avere superato i 14 milioni di barili al giorno. Nell’ultimo decennio, essa risulta cresciuta al ritmo medio del 5% all’anno, incidendo ormai per circa il 14% del totale nel mondo. Per oltre il 60%, Pechino importa greggio dal resto del mondo, di cui il 70% dai produttori dell’OPEC. Questi numeri la dicono lunga sull’impatto notevole che la chiusura degli stabilimenti sta avendo sul mercato globale. Bene che vada, la domanda in Cina scenderà nel trimestre in corso per risalire nei trimestri successivi, ma c’è il serio rischio che il Coronavirus non sia sotto controllo nemmeno nei prossimi mesi, arrestando del tutto la domanda cinese di petrolio per l’intero 2020.

Se così fosse, ci troveremmo dinnanzi a un fatto nuovo in era recente. Non accade da 30 anni che i consumi petroliferi in Cina non crescano o, addirittura, diminuiscano. Il mondo odierno non è abituato a questo scenario, confidando nell’automatica crescita della domanda di materie prime presso la seconda economia mondiale, il cui pil continua ad aumentare a ritmi tripli o anche quadrupli che nelle economie avanzate. Da qui, le previsioni pessimistiche di alcuni analisti, tra cui c’è chi non esclude una discesa intorno ai 45 dollari e chi arriva a profetizzarla fin sotto i 30 dollari, così come accadde a inizio 2016.

Il rallentamento della domanda cinese sta avvenendo in un contesto globale di per sé critico. L’Eurozona potrà avere schivato la recessione, ma cresce poco, così come il Giappone. Restano gli USA, la cui economia continua ad espandersi a ritmi moderati a distanza di 11 anni dalla fine della crisi, sebbene potrebbe già trovarsi nella fase finale del ciclo di crescita.

Inoltre, le compagnie petrolifere americane hanno toccato il record di 13 milioni di barili al giorno estratti, per cui più che compensano con la maggiore offerta la crescita dei consumi USA. Un intervento del cosiddetto OPEC+ sembra molto probabile e offrirà sostegno alle quotazioni, pur temporaneo. In assenza di un recupero della domanda cinese, un loro tonfo nel breve non sarebbe escludibile.

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