Petrolio, accordo OPEC si allontana: ecco come il voto USA cambia lo scenario

L'accordo OPEC sulla produzione di petrolio potrebbe saltare con la vittoria alle elezioni USA di Donald Trump. Vediamo perché il nuovo presidente sarà un ostacolo ai piani sauditi.

di , pubblicato il
L'accordo OPEC sulla produzione di petrolio potrebbe saltare con la vittoria alle elezioni USA di Donald Trump. Vediamo perché il nuovo presidente sarà un ostacolo ai piani sauditi.

I prezzi del petrolio sono scesi ai minimi degli ultimi due mesi, oscillando ormai intorno ai 45 dollari al barile. Su base mensile, le quotazioni del Brent risultano in calo del 13%, quelle del Wti americano di quasi il 14%. In ogni caso, si tratta di un brusco ripiegamento, rispetto a poche settimane fa, quando l’ottimismo su un accordo OPEC per il taglio della produzione era elevato.

Già da settimane, abbiamo notato come la realtà fosse diversa dalle intenzioni espresse dai membri del cartello, ma un fatto è certo: il risultato del voto negli USA cambia lo scenario. La presidenza Trump, considerata poco probabile fino alla notte delle elezioni, stravolge i calcoli dell’Arabia Saudita, che pure sta assecondando le richieste di ridurre la produzione di greggio, dopo averle ignorate per due anni.

Ad ottobre, le estrazioni di petrolio da parte dei membri OPEC sono cresciute di altre 230.000 barili al giorno, salendo al nuovo record di 33,83 milioni. Basterebbe questo dato per mettere in dubbio la serietà degli impegni preliminarmente assunti dal cartello a fine settembre, al termine di un’infuocata (si dice) riunione ad Algeri. (Leggi anche: Petrolio, prezzi spinti da Trump in alto o in basso?)

Come la presidenza Trump stravolge i calcoli sauditi

Se di mese in mese i principali produttori aumentano le estrazioni, diventa ancora più difficile tagliarle nel range di 32,5-33 milioni di barili al giorno, specie se diversi paesi si tirano fuori dall’accordo o non condividono le cifre fornite dall’OPEC, sostenendo di avere una produzione più elevata.

Dicevamo, la vittoria di Donald Trump stravolge le aspettative del vero leader dell’organizzazione. I sauditi si sono rifiutati per due anni di dare ascolto alle richieste di congelare o tagliare la produzione, sostenendo che un conseguente rialzo dei prezzi internazionali avrebbe favorito paesi come USA e Russia, che hanno registrato negli ultimi anni un boom dell’offerta. (Leggi anche: Petrolio e bluff numeri OPEC)

 

 

 

Trump favorevole a più estrazioni di petrolio

Ora, grazie al calo della produzione negli USA di 800.000 barili al giorno dal picco di 9,6 milioni toccati nell’aprile dello scorso anno, i sauditi si erano da poco convinti di avere battuto il mercato dello “shale” americano, che nei 5 anni precedenti era cresciuto al ritmo di un milione di barili al giorno, potendo così adesso concordare un taglio delle estrazioni all’interno dell’OPEC e con la Russia di Vladimir Putin.

Quest’ultima, ha accresciuto la sua offerta sopra gli 11 milioni di barili al giorno, ai massimi degli ultimi 30 anni.

Ma Trump sconvolge i piani di Riad, perché la sua politica potrebbe riassumersi in una battuta: “drill, baby, drill!”. Già, il presidente eletto promette di incentivare nuove estrazioni di petrolio on- e off-shore, grazie a una deregulation nel settore e sostenendo in ogni modo il “fracking”. In più, ha minacciato di imporre un embargo sulle importazioni saudite, qualora Riad non collaborasse nella lotta contro l’ISIS, mentre allo stesso tempo si è detto intenzionato a rimuovere ogni tipo di vincolo e divieto gravanti sulle esportazioni di greggio americano. (Leggi anche: Obama autorizza export petrolio USA)

I sauditi potrebbero “uccidere” l’accordo OPEC

La politica energetica di Trump punta, quindi, a un aumento della produzione petrolifera, non a un calo, come sarebbe stato sotto una presidenza Clinton. Questo, però, cozza contro le previsioni del regno, il quale adesso dovrà valutare bene se proseguire con l’intenzione di tagliare l’offerta, ma rischiando di regalare quote di mercato all’America, che ne approfitterebbe vendendo il suo greggio in maggiore quantità e a prezzi più alti.

Viceversa, il ministro del Petrolio, Khalid al-Falih, pur molto più accomodante del predecessore Alì al-Naimi, potrebbe segnalare a Washington che è ancora l’Arabia Saudita il leader del mercato globale del greggio, facendone sprofondare le quotazioni, non raggiungendo alcun accordo al vertice OPEC di fine mese, già problematico di suo. Si consideri, infatti, che la prossima amministrazione americana non godrebbe di rapporti ottimali con la monarchia saudita, la quale è stata oggetto di accuse, anche abbastanza dure, da parte del neo-presidente eletto.

Perché mai Riad dovrebbe segnalare un atteggiamento accomodante con Trump? (Leggi anche: Petrolio, prezzi verso 40 dollari? Ecco la minaccia saudita)

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , , , , , ,
>