Petrolio a un passo da 50 dollari, +80% in 3 mesi. Dopo il boom sarà “sboom”?

Quotazioni del petrolio vicine a 50 dollari. La soglia sarà infranta o vi sarà un ripiegamento?

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Quotazioni del petrolio vicine a 50 dollari. La soglia sarà infranta o vi sarà un ripiegamento?

Le quotazioni del petrolio stanno vivendo una fase di sostenuta crescita: quelle del Wti americano sono aumentate in 10 delle ultime 13 settimane, quelle del Brent in 5 su 6. In questi minuti, le prime si attestano a 46,82 dollari e le seconde a 48,48 dollari al barile. Rispetto ai minimi toccati tra gennaio e febbraio, quando erano scese ai minimi degli ultimi 13 anni, il rialzo è stato tra il 75% e oltre l’80%. Non vi è dubbio, che il trend sia positivo e che non sarebbero all’orizzonte cali drammatici. La vera domanda è semmai un’altra: il rally di questi ultimi 3 mesi durerà ancora o ha già raggiunto il suo picco? A tale proposito, valgono le posizioni “short” dei traders, che sono in questo momento ai massimi degli ultimi 4 anni e mezzo, riguardando al netto 550 mila barili.

In altri termini, man mano che i prezzi crescono, il sentiment degli operatori diventa sempre più pessimista, anche perché il livello delle scorte negli USA resta ai massimi degli ultimi 87 anni, continuando a crescere complessivamente in tutto il pianeta, dove già sono nettamente al di sopra dei 3 miliardi di barili.

Siamo già in deficit di offerta?

Eppure, la spinta ai rialzi di queste ore sta arrivando da Goldman Sachs, secondo cui già a maggio si starebbe registrando un deficit di offerta da un eccesso di questo ultimo biennio. Alla base di questa inversione di tendenza “drammatica” ci sarebbe una domanda sostenuta, associata a un calo della produzione in diversi paesi. In Canada, i pozzi sono minacciati da settimane da numerosi incendi, in Nigeria le estrazioni sono diminuite ai minimi da decenni a 1,65 milioni di barili, a causa di atti di sabotaggio. In Venezuela, tra crisi energetica e venti di rivolte, si teme che saranno presto ridotte, quando già quest’anno sono scese di almeno 188 mila barili. Negli USA, la produzione è diminuita dell’8,4% rispetto al picco di 13 mesi fa a 8,8 milioni di barili, mentre persino in Cina in aprile è diminuita su base annua in aprile del 5,6% a 4,04 milioni. Detto ciò, l’OPEC continua nel suo complesso ad aumentare la produzione di altri 188 mila barili ad aprile, portandola a 32,44 milioni di barili, il dato più alto dal 2008.

La battaglia commerciale tra Arabia Saudita e Iran per accaparrarsi quote di mercato spinge i due paesi ad aumentare le estrazioni. Il ceo di Aramco ha annunciato nei giorni scorsi che quella della compagnia continuerà a salire, mentre Teheran non ha intenzione di contribuire al riequilibrio del mercato, dopo essere uscita da meno di 4 mesi da un embargo pluriennale contro le sue esportazioni.      

Limiti a crescita prezzi petrolio

Il cartello stima che la produzione non-OPEC dovrebbe diminuire quest’anno di 740 mila barili a 56,4 milioni, mentre la domanda globale dovrebbe crescere di 1,2 milioni a 94,18 milioni di barili quest’anno. Detto ciò, la produzione iraniana non potrà nel breve crescere all’infinito, confrontandosi con limiti tecnologici, che per essere sbloccati necessitano di investimenti ingenti. Diverso è il caso dei sauditi, che godono di un margine di crescita di circa altri due milioni di barili al giorno e che, pertanto, rappresenteranno anche nel prossimo futuro il vero driver del mercato globale.

Legame con tassi USA

Ora che siamo a ridosso della soglia dei 50 dollari, però, il rally potrebbe essere giunto al culmine. Esso ha già posto le basi per una ripresa delle estrazioni in America, così come in altre economie produttrici, visto che adesso sono diventate più convenienti di qualche mese fa. Si consideri che i siti estrattivi attivi negli USA sono crollati a 318 unità, segnando circa l’80% in meno rispetto all’apice dell’ottobre del 2014. Si tenga anche conto di un altro dato: il dollaro. Il rally di questi ultimi 3 mesi è stato assecondato dall’indebolimento della divisa americana – quella con cui si acquista il greggio sui mercati internazionali – sulle attese di una stretta monetaria della Federal Reserve meno intensa di quanto non fosse già stato stimato. Tuttavia, gli ultimi dati macro USA hanno rilanciato l’ipotesi di un imminente rialzo dei tassi e lo stesso dollaro sta riguadagnando terreno, crescendo di oltre l’1% su base mensile.

Un biglietto verde tendenzialmente destinato a rafforzarsi costituisce un limite alla crescita delle quotazioni delle materie prime, indipendentemente dallo scenario di base, in quanto rende le commodities meno convenienti per gli acquirenti non americani.  

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