Petrolio a 85 dollari, ma Trump prepara l’offensiva per un crollo delle quotazioni

Il presidente Trump torna alla carica sull'Arabia Saudita e chiede esplicitamente a Riad di estrarre più petrolio per fare scendere le quotazioni internazionali.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il presidente Trump torna alla carica sull'Arabia Saudita e chiede esplicitamente a Riad di estrarre più petrolio per fare scendere le quotazioni internazionali.

Le quotazioni del petrolio sono salite ai massimi da 4 anni, con il Brent a quota 85 dollari e il Wti americano sopra i 75. Per trovare livelli simili bisogna tornare indietro alla fine del 2014, prima che la riunione dell’OPEC di novembre quell’anno si concludesse con un nulla di fatto e segnalasse di non intervenire per tagliare la produzione e ravvivare i prezzi internazionali. Eppure, esistono le condizioni per un loro ripiegamento anche drastico. Per capire perché, riportiamo le parole del presidente americano Donald Trump, che nel corso di un comizio elettorale tenutosi nel Mississipi martedì sera, ha dichiarato di voler bene a Re Salman dell’Arabia Saudita, ma ha anche sottolineato come senza la protezione degli USA, il sovrano sarebbe finito “tempo due settimane”. Per questo, ha invocato che Riad paghi per la protezione militare che riceve dall’America a costo zero, confermando una richiesta esplicita in tal senso arrivata via Twitter questa estate, quando l’inquilino della Casa Bianca ha senza mezzi termini fatto appello alla monarchia saudita perché cessasse di sostenere le quotazioni “artificiosamente” tenute alte con l’accordo di due anni fa per tagliare la produzione e siglato, tra l’altro, con la Russia di Vladimir Putin.

Petrolio troppo caro, Trump minaccia l’OPEC

Il messaggio-avvertimento di Trump è stato recepito dal regno, che con il suo ministro dell’Energia, Khalid al-Falih, ha ieri dichiarato che la produzione nazionale si attesterebbe attualmente a 10,7 milioni di barili al giorno, sfiorando il record del novembre 2016, mese dell’accordo per favorire la ripresa delle quotazioni. In sostanza, i sauditi starebbero già rispondendo alle pressioni degli americani per compensare il calo delle estrazioni dell’Iran, oggetto di nuove sanzioni da parte dell’amministrazione Trump e che per questo sta da mesi registrando una domanda estera calante per le sue esportazioni di greggio.

Come mai Trump pretende un calo delle quotazioni petrolifere? La risposta più ovvia sarebbe che intenderebbe presentarsi alle elezioni di “mid-term” del mese prossimo con un costo della benzina alla pompa più basso dei 2,87 dollari per gallone medi attuali (76 centesimi al litro), circa l’11-12% in più su base annua. Per quanto possano apparire livelli da sogno in Europa, in America la soglia dei 3 dollari per gallone è ritenuta politicamente critica per il governo in carica. Tuttavia, se fosse questo il vero problema della Casa Bianca, Trump disporrebbe di una risposta più immediata e pratica per superare la scadenza elettorale con prezzi più rassicuranti per il consenso verso l’amministrazione, ossia la vendita sul mercato di parte delle riserve petrolifere strategiche. Se n’era discusso in estate, ma non se n’è fatto nulla, per cui dovremmo supporre che vi sia altro dietro alla richiesta del presidente. Si consideri che quand’anche le quotazioni del Brent scivolassero nelle prossime settimane, con le elezioni per il rinnovo di gran parte del Congresso da qui a un mese non vi sarebbe più il tempo necessario per rendere felici gli automobilisti americani prima del voto.

A Trump servono tassi Fed più bassi

E allora? Il vero intento di Trump risiede nel creare quelle condizioni macro per cui la Federal Reserve possa smettere di alzare i tassi. L’istituto segnala di voler portare gli interessi in area 3% o poco più da qui al 2020, ma il presidente teme che la stretta monetaria stia diventando troppo vigorosa, specie considerando che le altre banche centrali più importanti tengano ancora i tassi azzerati. Per questo, sta accrescendo la pressione pubblica per indurre intimidire il governatore Jerome Powell, ma sa che con un’inflazione sopra il 2% e una disoccupazione sotto il 4%, unitamente a un pil che sta crescendo alla media del 3% annuo (+4,2% nel secondo trimestre), la Fed avrebbe le mani legate, a meno che i prezzi delle materie prime tornassero a scendere, impattando negativamente sui prezzi al consumo e incrementando lo spazio di manovra dell’istituto.

I sauditi sono stretti tra la necessità di tenere saldi i rapporti con Washington e il timore che il rallentamento dell’economia mondiale possa di per sé colpire le quotazioni del greggio (vedasi i possibili contraccolpi sulla domanda globale dal crollo della rupia indiana e dallo yuan debole), per cui restano indecisi sul da farsi. L’America sa di avere un peso negoziale forte con Riad, sia per l’alleanza militare storica che lega le due potenze, sia pure per la politica anti-iraniana adottata dall’amministrazione Trump. E l’Iran è un nemico giurato dell’Arabia Saudita nel mondo islamico, per cui il sostegno di Trump alla politica estera e militare del Principe Mohammed bin Salman si rivela prezioso più che mai e richiede un prezzo da pagare, che non è l’esborso di somme di denaro, come chiesto all’Europa per contribuire maggiormente alle spese della NATO, bensì l’aumento delle estrazioni per incrementare l’offerta globale e riportare le quotazioni su livelli tali da decelerare la crescita tendenziale dei prezzi negli USA.

Solo così la Fed svolterebbe in senso meno restrittivo delle attese, il dollaro si sgonfierebbe un po’, i rendimenti dei Treasuries si ridurrebbero o smetterebbero almeno di salire e l’economia americana continuerebbe verosimilmente a crescere fino alle prossime elezioni presidenziali. Quella è la vera scadenza che Trump punta a superare e per la quale chiede ai sauditi un atto di riconoscenza. E, in fondo, una volta tanto sarebbero d’accordo pure le altre grandi economie del pianeta, Eurozona in testa. Anche a Mario Draghi converrebbe ritrovarsi nelle condizioni di dover rallentare l’uscita da anni di accomodamento monetario senza precedenti. Insomma, Trump parla e gli altri sperano che riesca nell’intento di convincere gli alleati a pompare più petrolio.

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Argomenti: Arabia Saudita, Crisi materie prime, Economie Asia, Petrolio, quotazioni petrolio