Petrolio a 75 dollari sul collasso del Venezuela, dove torna il baratto

Il petrolio a 75 dollari non porta alcun beneficio al Venezuela, dove l'economia continua a scavare il fondo e si torna al baratto.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il petrolio a 75 dollari non porta alcun beneficio al Venezuela, dove l'economia continua a scavare il fondo e si torna al baratto.

Di male in peggio le notizie che arrivano dal Venezuela, che insieme al capitolo Iran sta sostenendo le quotazioni del petrolio in area 75 dollari, con il Wti americano ad avere oltrepassato la soglia dei 70 dollari ieri per la prima volta dalla fine del 2017. Se già la produzione petrolifera venezuelana risulta scesa sotto il milione e mezzo di barili al giorno, ossia ai minimi dalla fine degli anni Novanta e più che dimezzata rispetto al 2007, il peggio potrebbe arrivare. E non solo perché, più passano i mesi e maggiori si palesano gli effetti dei sotto-investimenti realizzati sotto i governi “chavisti” nell’ultimo ventennio, ma anche per le possibili ripercussioni del caso ConocoPhillips, la società americana espropriata dal presidente Hugo Chavez nel 2007 da una joint venture realizzata con la compagnia petrolifera statale PDVSA, che ad aprile ha vinto una causa dinnanzi alla International Chamber del Fondo Monetario Internazionale.

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Non avendo speranze di venire risarcita dei 2 miliardi di dollari che le spetterebbero, la società sta facendo istanza al giudice olandese per espropriare i tre impianti petroliferi venezuelani attivi nelle Isole delle Antille, ovvero quelli di Curacao, Bonair e St.Eustatius, che nel complesso raffinano un quarto del petrolio esportato da Caracas, perlopiù verso USA, Cina e India, riuscendo due dei quali anche a tenere in deposito barili per un controvalore di 900 milioni di dollari, la metà della produzione mensile nazionale.

Si torna al baratto

Senza questi impianti, controllati dalla PDVSA, per il Venezuela, già in default parziale da novembre, sarebbe il tracollo definitivo della sua unica industria esportatrice, quella petrolifera. La situazione sta precipitando nel paese andino, come segnala il crollo del bolivar contro il dollaro a un tasso di cambio di quasi 640.000 sul mercato nero, nonostante il petrolio sia rincarato ai massimi da 3 anni e mezzo. In sostanza, nessuno sollievo per l’economia detentrice delle più elevate riserve di greggio al mondo, anche perché la produzione calante compensa gran parte dei benefici derivanti dalle maggiori quotazioni.

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E così, rivela la stampa estera, ormai nel Venezuela si è tornati al baratto. Le banconote non hanno alcun valore. Un taglio da 100 bolivares equivarrebbe, infatti, a un decimo di millesimo di dollaro; in pratica, carta straccia. E pensare che fino a poco tempo fa, il cambio ufficiale prevedeva ancora che dovesse valere 10 dollari, un rapporto del tutto fuori mercato. Una corsa in taxi viene così scambiata contro un pacchetto di sigarette, un taglio di capelli contro uova o banane, la farina contro lo zucchero, etc. Che fine abbiano fatti gli introiti dei mesi scorsi con l’emissione di Petro, la criptomoneta di stato avversata dalle opposizioni e coperta dalle riserve di petrolio e altre materie prime, non è dato sapere. Il governo ha parlato di 5 miliardi di dollari di incassi, una cifra che appare molto dubbia, anche perché non se ne vede traccia. O almeno, non ne ha visto il becco di un quattrino la popolazione, quando mancano 12 giorni alle elezioni presidenziali, che difficilmente potranno esitare un cambio di regime, non fosse altro per l’assenza di vera competizione democratica a Caracas, nonostante il presidente uscente Nicolas Maduro venga dato indietro nei sondaggi.

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, Crisi materie prime, economie emergenti, Petrolio, quotazioni petrolio, valute emergenti

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