Petrolio a 60 dollari, ecco quanto le grandi economie ci guadagnano e chi ci perde

Il crollo del petrolio a 60 dollari al barile si traduce in uno stimolo per le grandi economie importatrici e in ricchezza bruciata per gli stati esportatori. Vediamo il trasferimento di dollari da una parte all'altra del pianeta.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il crollo del petrolio a 60 dollari al barile si traduce in uno stimolo per le grandi economie importatrici e in ricchezza bruciata per gli stati esportatori. Vediamo il trasferimento di dollari da una parte all'altra del pianeta.

La debolezza del petrolio sui mercati resta intatta, nonostante l’OPEC si stia avviando a ridurre la produzione per la seconda volta in due anni e per 1-1,5 milioni di barili al giorno. La decisione sarà quasi certamente ratificata al vertice di Vienna del 6 dicembre, ma ciò non ha impedito al greggio di ristagnare sui 60 dollari attuali per il Brent e ai poco più di 51 dollari per il Wti americano. Come sempre capita con le brusche variazioni delle quotazioni per le materie prime, si registra un trasferimento di ricchezza da una parte all’altra del mondo. Le economie importatrici ci guadagnano, quelle esportatrici ci perdono. Vediamo chi e in quale misura approfitterà del tonfo dei prezzi.

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Stando ai dati più recenti, nel suo complesso è l’Unione Europea la principale economia importatrice di petrolio al mondo con oltre 14 milioni di barili nel 2017. Considerando che nei primi 10 mesi di quest’anno, le quotazioni medie del Brent sono state pari a 73,58 dollari e che adesso risultano ripiegate a 60 dollari, nel caso in cui sostassero ai livelli attuali, gli stati comunitari risparmierebbero, a parità di cambio euro-dollaro, all’incirca 70 miliardi di dollari all’anno, qualcosa come lo 0,4% del loro pil. Non poco per un’economia in rallentamento e che dovrebbe crescere forse anche meno del 2% nel 2019. Tali minori costi, infatti, sosterrebbero la domanda interna, riservando maggiori risorse ai consumi e tenendo bassa l’inflazione, con la conseguenza che anche la svolta monetaria tanto attesa della BCE si allontanerebbe. Di fatto, le economie ricche del Vecchio Continente avrebbero a disposizione denaro facile ancora per diversi mesi.

Singolarmente presa, però, la principale beneficiaria del tonfo del barile sarebbe la Cina, le cui importazioni giornaliere quest’anno si sono attestate mediamente a 8,4 milioni di barili. Risparmi annui nell’ordine di oltre 40 miliardi, pari a tre decimi di punto di pil. Non tanti per un’economia, che continua a crescere tra il 6,5% e il 7% all’anno, eppure con il rallentamento in corso servirebbero a rendere più morbido l’atterraggio del Dragone asiatico dopo un paio di decenni di crescita tumultuosa, nonché ad alleviare la pressione sullo yuan, che quest’anno ha perso contro il dollaro quasi il 6,5%.

Dove si brucia ricchezza

L’America è la seconda importatrice di petrolio al mondo, nonostante il boom della sua produzione, con 7,9 milioni di barili al giorno. Anche in questo caso, risparmi attesi nell’ordine di quasi una quarantina di miliardi, pari allo 0,2% del pil a stelle e strisce. Considerando che nuovi stimoli fiscali appaiono più difficili con la vittoria dei democratici alla Camera, la Casa Bianca godrebbe di un piccolo effetto espansivo senza muovere un dito, sebbene un calo marcato delle quotazioni incidano negativamente sugli investimenti domestici, con l’industria nazionale ormai ad estrarre quasi 12 milioni di barili al giorno.

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L’India, che in questi mesi ha accusato il colpo sul mercato dei cambi (-10,5% quest’anno, ma +4% con il tonfo del greggio), potrebbe già tirare un sospiro di sollievo. L’impatto del crollo delle quotazioni per la sua economia varrebbe circa lo 0,8% del pil, oltre un decimo dei ritmi attuali di crescita. Per il premier Narendra Modi, in cerca della rielezione nel maggio prossimo, una notizia potenzialmente molto positiva, perché raffredderebbe l’inflazione nel subcontinente, a tutto beneficio del potere di acquisto di circa 1,4 miliardi di consumatori. Completa la top 5 il Giappone, che con 3,4 milioni di barili al giorno importati risparmierebbe su base annua quasi 17 miliardi, un terzo di punto del suo pil.

In tutto, le 5 economie di cui sopra metterebbero a segno un guadagno di oltre 190 miliardi, denaro perso perlopiù dalle principali esportatrici. Parliamo dell’Arabia Saudita, che nel 2018 hanno esportato la media di 8,4 milioni di barili al giorno e che con il crollo di queste settimane perderebbe una quarantina di miliardi all’anno, il 6% del suo pil. La Russia seguirebbe con 26 miliardi persi, l’1,5% del pil. L’Iraq di miliardi ne brucerebbe quasi 20, pari al 9% del suo pil. Canada, Emirati Arabi Uniti e Iran sarebbero tutti alla pari con circa 13,5 miliardi ciascuno perduti, pari rispettivamente allo 0,8%, il 4% e il 3,5% del pil. Chiaramente, non stiamo considerando variazioni della produzione e dei tassi di cambio. Ma Riad, Abu Dhabi e Bagdad dovrebbero tagliare le loro estrazioni, anche se ciò verosimilmente spingerebbe in alto le quotazioni, più che compensando la minore offerta e riducendo i benefici per le economie importatrici. Sempre che il mercato non abbia perso fiducia nella capacità dei sauditi di garantire un equilibrio globale al mercato petrolifero. E negli ultimi mesi, i dubbi montano.

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Argomenti: Petrolio, quotazioni petrolio