Peso argentino in caduta libera, inflazione troppo alta e riforme di Macri troppo graduali

Maxi-rialzo dei tassi in Argentina per combattere il crollo del peso. Inflazione galoppante, nonostante le riforme economiche del presidente Macri. I mercati perdono la pazienza.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Maxi-rialzo dei tassi in Argentina per combattere il crollo del peso. Inflazione galoppante, nonostante le riforme economiche del presidente Macri. I mercati perdono la pazienza.

La banca centrale argentina ha alzato i tassi di 300 punti base al 33,25% ieri sera per la seconda volta in meno di una settimana. Il venerdì precedente, l’istituto li aveva aumentati della stessa entità dal 27,25%. A preoccupare il governatore Federico Sturzenegger è la caduta verticale del peso, che mercoledì si è indebolito del 7,8% contro il dollaro, arrivando a scambiare a 23, perdendo così il 19% quest’anno e un quarto del suo valore negli ultimi 12 mesi. Si consideri che agli esordi della presidenza di Mauricio Macri alla fine del 2015, il cambio era ancora di 9,66, anche se tenuto artificialmente forte dalla passata amministrazione a guida Cristina Fernandez de Kirchner. Sta di fatto che, nonostante l’economia argentina abbia ripreso a crescere al ritmo del 3% nell’ultimo anno e mezzo, superando la recessione del 2016, i risultati delle riforme di Macri stentano ad arrivare.

L’inflazione sotto la Kirchner viaggiava al ritmo del 30-40% all’anno, mentre negli ultimi tempi ha decelerato la sua corsa, ma restando al 25% nell’ultimo anno e tendendo al 20% da qui alla fine dell’anno. Troppo timido il miglioramento per attirare capitali stranieri, anche se paradossalmente proprio alcune misure di Macri starebbero sostenendo l’inflazione, come il taglio ai sussidi energetici e al trasporto. In pratica, sotto la precedente amministrazione, le bollette della luce erano sovvenzionate dal governo, così come altri beni e servizi. Ciò teneva i prezzi artificialmente bassi, ma al contempo gravando sul deficit pubblico e provocando carenze di offerta, tra cui del servizio elettrico. Rimuovendo tali sussidi, il deficit è sceso al target del 3,2% del pil per quest’anno, ma i prezzi stanno salendo per i beni regolamentati, aggiungendo, si stima, 8 punti di inflazione nel 2017.

La banca centrale ha “bruciato” 6,9 miliardi di dollari delle riserve per contrastare il crollo del peso, che rischia adesso di accelerare l’inflazione, rendendo più costosi i beni importati, anche se il cambio ai minimi storici dovrebbe portare un po’ di sollievo alle partite correnti, il cui saldo è negativo per il 5% del pil. Proprio l’operato della banca centrale sarebbe stato al centro della sfiducia degli investitori negli ultimi mesi, i quali nel primo biennio di amministrazione Macri avevano guardato con ritrovata fiducia a Buenos Aires, tanto che il governo si era potuto permettere nel giugno scorso un bond sovrano a 100 anni, passo insolito per uno stato andato in default due volte dal 2001.

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Le responsabilità della banca centrale

Sturzenegger a fine 2017 aveva alzato i tassi ai livelli più alti al mondo, ma successivamente aveva alzato il target d’inflazione per quest’anno dal 12% al 15%, rinviando di un anno al 2020 il target del 5% e successivamente ha tagliato nuovamente i tassi di 150 punti base sulle pressioni del governo, il quale teme che una stretta monetaria eccessiva impatti negativamente sull’economia. Non c’è stata giustificazione per il passo indietro, visto che l’inflazione continuava e continua tutt’ora a viaggiare al 25%. Il mercato non l’ha presa bene, perché ha intravisto in tale mossa una scarsa autonomia dell’istituto e un rallentamento delle riforme macriane, sebbene il governo si sia precipitato a rassicurare che la banca centrale sia indipendente. Il Tesoro, dal canto suo, sta reagendo all’ampliamento degli spread con i Treasuries puntando sulle emissioni di debito pubblico in valuta locale. Anche in questo caso, si teme che i tagli alla spesa pubblica non siano sufficienti e non vengano portati avanti con decisione, in vista delle elezioni presidenziali di fine 2019, quando il presidente in carica cercherà un secondo mandato.

La linea ufficiale dell’istituto consiste nell’addebitare a “shock esterni” il recente crollo del peso, tanto che starebbe già riducendo le vendite delle riserve valutarie, dopo averle tagliate di un decimo quest’anno. Il punto è che si rischia adesso una spirale negativa per l’economia con tassi alti per combattere l’inflazione e sostenere il cambio e riduzione di consumi e investimenti interni. E una recessione sarebbe l’ultima cosa che servirebbe a un’economia politicamente dilaniata tra riformatori e vecchi apparati peronisti alla vigilia di una scadenza elettorale.

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Argomenti: Altre economie, Crisi argentina, economie emergenti, valute emergenti

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