Perché una crisi economica in Germania proprio adesso non ci voleva

Se la Germania entra in recessione entro la fine dell'anno, difficile ricavarne implicazioni positive per il resto dell'Eurozona. La tempistica della crisi sarebbe pessima.

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Se la Germania entra in recessione entro la fine dell'anno, difficile ricavarne implicazioni positive per il resto dell'Eurozona. La tempistica della crisi sarebbe pessima.

Esiste il rischio concreto che la Germania entri in recessione entro la fine dell’anno, ma per il capo economista di Saxo Bank, Steen Jakobsen, sarebbe una buona notizia per l’Eurozona, in quanto significherebbe che il governo tedesco tornerebbe a spendere e cambierebbe l’intero ambiente economico dell’area. Una conclusione incoraggiante, se non fosse che pecchi di ottimismo.

E a smentire potenzialmente il manager danese sarebbero le sue stesse considerazioni sulle quali basa le previsioni. Ieri, il cambio euro-dollaro è sceso sotto 1,12 per la prima volta dalla metà del 2017, segnalando un deterioramento delle prospettive economiche nell’area, contrariamente ai dati più positivi per gli USA, dove il rallentamento dell’economia sarebbe ancora ben lungi dal tradursi in una recessione a breve. La Germania ha evitato che il pil arretrasse per due trimestri consecutivi rispetto al precedente, ma i segnali riguardo ai primi tre mesi del 2019 sono stati deludenti e tali da fare presagire un nuovo ripiegamento forse già avvenuto.

La Germania rischia grosso sui mercati esteri e per l’Eurozona sono cattive notizie

Sapremo solo a maggio se l’economia tedesca si sia contratta per la seconda volta dalla metà del 2018, poche settimane prima che si terranno le elezioni europee, le quali esiterebbero, stando ai sondaggi, un’impennata dei populisti in termini di consenso e seggi al Parlamento di Strasburgo. Quand’anche si riuscisse a dare vita a una maggioranza pro-UE, mettendo insieme PPE, liberali, Verdi e socialisti, il segnale non potrà essere sottovalutato: i cittadini europei bocceranno con ogni probabilità i partiti europeisti tradizionali e pretendono un cambiamento.

L’esito delle elezioni avrebbe conseguenze, anzitutto, sulla Germania, dove l’eventuale insuccesso del partito cristiano-democratico di Angela Merkel e/o degli avversari socialdemocratici e alleati di governo arriverebbe a porre fine alla Grosse Koalition e ai 14 anni alla cancelleria di Mutti. E dopo? Due scenari possibili: una successione ordinata, con Annegret Kramp-Karrenbauer (AKK), neo-segretario della CDU, a prendere il posto di Frau Merkel; elezioni anticipate. Il primo risulta poco probabile, perché i socialdemocratici hanno fatto sapere che il contratto che li lega al governo con i conservatori è stato siglato e garantito dall’attuale cancelliera.

E le posizioni più conservatrici di AKK sui temi civili renderebbe per loro più imbarazzante l’eventuale prolungamento della convivenza con gli avversari.

La fine vicina dell’era Merkel

Cosa accadrebbe se la Germania andasse ad elezioni anticipate? Con ogni probabilità, al Bundestag si formerebbe una maggioranza simile a quella che nel frattempo sarà stata raccattata a Bruxelles, ossia tra conservatori, liberali e Verdi. Il programma ad oggi risulta un mistero: i liberali sono europeisti, ma non come li intendiamo in Italia, possedendo venature che definiremmo “sovraniste”. Essi si oppongono a qualsiasi ipotesi di maggiore unione politica, fiscale e bancaria nell’Eurozona, temendo che ciò si traduca in una condivisione di rischi e oneri, a discapito dei contribuenti tedeschi. I Verdi chiedono il contrario, oltre a politiche ambientali, mentre i conservatori dopo l’era Merkel entreranno presumibilmente in una fase di auto-analisi della propria identità, rifuggendo da toni e piattaforme euro-scettiche, ma al contempo abbracciando anche formalmente alcune delle posizioni dei liberali.

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L’esito di questo sbocco politico sarebbe l’impasse. Non che adesso non vi sia, ma stavolta la svolta sarebbe (ancora) più a destra sulla politica estera ed europea. In altre parole, nessuna riforma delle istituzioni comunitarie à la Macron verrebbe avallata e molto difficilmente verrebbe messa in discussione la politica del rigore fiscale, nota come Schwarze Null e inaugurata dall’ex ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble. Semmai, conservatori e liberali utilizzerebbero gran parte dell’avanzo per tagliare le tasse con maggiore vigore, senza intaccare il pareggio di bilancio. Insomma, se qualcuno si attende che la reazione di Berlino all’eventuale caduta nella recessione fosse lo spandi e spendi dovrà rivedere le sue previsioni.

A Strasburgo e Bruxelles, la musica non cambierebbe. I “sovranisti”, con l’eccezione di quelli italiani, non puntano ad allentare il rigore fiscale, semmai a fare sì che il disordine in casa altrui non venga scaricato sul resto del condominio; per intenderci, un po’ quanto nei fatti vada perseguendo la Germania da sempre e con ogni probabilità farà più vigorosamente anche sul piano formale dopo l’era Merkel.

In più, se la Lega di Matteo Salvini non riuscisse ad entrare nella nuova maggioranza all’Europarlamento, il rischio di ricadute politiche ostili all’Italia monterebbe, perché a quel punto sarebbero i centristi del presidente francese Emmanuel Macron a fungere da ago della bilancia. E sappiamo quanta inimicizia vi sia tra Parigi e Roma di questi tempi. Nessuno sconto sui conti pubblici, anzi le attenzioni sull’economia italiana si farebbero più pressanti, man mano che dovesse restare in recessione, così come vi entrassero la Germania e il resto dell’Eurozona.

Cosa accadrà dopo Draghi?

Infine, la BCE. Ha promesso che per quest’anno non alzerà i tassi e sempre in meno si aspettano che lo faccia nel 2020. Tuttavia, bisogna fare i conti con il cambio della guardia a Francoforte, che si avrà dal prossimo novembre. Il successore di Mario Draghi non si conosce ancora e quasi certamente il suo nome spunterà fuori dopo le elezioni europee, quando verranno ridisegnate le cariche istituzionali della UE. La domanda delle domande da mesi è solo una: il prossimo governatore sarà un “falco” o una “colomba”? Se la Germania si prendesse la guida della Commissione europea con il bavarese conservatore Manfred Weber, all’Eurotower andrebbe o un francese (tre i nomi papabili, tra cui il direttore generale dell’FMI, Christine Lagarde) o un “nordico”, come il finnico Erkki Likanen. Il profilo che sembra emergere sarebbe quello di un falco moderato, non chiuso a posizioni accomodanti all’occorrenza, ma dall’inclinazione vicina all’impostazione della Bundesbank.

Sarebbe un ritorno all’era pre-Draghi, quando Francoforte era guidata dal francese e “cerchiobottista” Jean-Claude Trichet, il quale si distinse da un lato per il coraggio mostrato nell’avviare un programma di acquisti di bond sovrani (SMP) per spegnere l’incendio degli spread, dall’altro per avere alzato troppo presto i tassi, con due strette nel 2011, subendo le pressioni tedesche.

Il prossimo governatore potrebbe mostrarsi meno accomodante di Draghi nell’affrontare la crisi dell’Eurozona, cosa che risalterebbe l’assenza di una politica fiscale complessivamente espansiva. A quel punto, l’unico sollievo minimo arriverebbe dall’ulteriore indebolimento dell’euro, sebbene appaia ad oggi molto improbabile che avvenga in misura tale da favorire una ripresa delle esportazioni capace di sopperire la debole domanda interna. E più dovesse anche l’America rallentare e avviarsi a un allentamento monetario, minore sarebbe l’impatto negativo sul cambio euro-dollaro.

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Sinora, si è sempre pensato – e giustamente – che l’unico modo perché l’Europa reagisca alla crisi sarebbe che questa diventi di tutti, ovvero che coinvolga le sue principali economie, tra cui la Germania. Stavolta, la speranza rischia di trasformarsi in un boomerang, perché la tempistica coinciderebbe con mutamenti istituzionali e politici nell’area, dai quali difficilmente ne scaturirà una svolta fiscale e monetaria espansiva, come la desiderano in tanti negli stati del sud. La recessione tedesca potrebbe diventare una maledizione per il resto dell’unione monetaria.

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