Perché un governo tra Salvini e Di Maio spaventa davvero la vecchia politica

Tanti gli interessi in gioco con un eventuale governo tra Movimento 5 Stelle e Lega. Ne uscirebbe scompigliato il potere industriale e finanziario italiano. E la Seconda Repubblica trema.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Tanti gli interessi in gioco con un eventuale governo tra Movimento 5 Stelle e Lega. Ne uscirebbe scompigliato il potere industriale e finanziario italiano. E la Seconda Repubblica trema.

Il Molise va al centro-destra e con un buon margine di oltre 7 punti percentuali sul Movimento 5 Stelle, che pur confermandosi nettamente primo partito nella seconda più piccola regione d’Italia, manca la vittoria tanto sognata. Residuale il consenso per il centro-sinistra, mentre dentro al centro-destra Forza Italia resta prima lista, ma con il 10% dei consensi, seguita da circa l’8% della Lega. In sintesi, sono questi i risultati non definitivi delle regionali molisane, che in attesa di quelle ben più salienti nel Friuli-Venezia-Giulia di domenica prossima ci forniscono qualche indicazione sulle trattative per il nuovo governo. L’asse tra Lega e Movimento 5 Stelle si rafforza, con Luigi Di Maio che si spertica ormai quotidianamente in lodi verso Matteo Salvini, nel tentativo di convincerlo definitivamente a sostenere un esecutivo guidato da lui. Nel caso in cui ai grillini andasse Palazzo Chigi, però, il Carroccio non ne uscirebbe affatto a bocca ascitutta. Sì, perché ai primi andrebbe la carica più ambita, ma al secondo spetterebbero i ministeri di maggiore peso.

Così l’ipocrisia di Di Maio farà arrivare un governo tecnico delle tasse

Questa sarebbe la bozza di accordo tra i due leader, rifinita nel fine settimana. Con Di Maio premier, sarebbe un leghista a ricoprire la carica di ministro dell’Economia. E per quel nome avanzerebbe nitidamente Giancarlo Giorgetti, ombra di Salvini, tanto da essere soprannominato “Richelieu”. Guidare Via XX Settembre non sarebbe importante solo per il peso che questo dicastero assume nella gestione della politica economica dell’Italia, bensì per la capacità che il Tesoro ha di controllare una serie di società partecipate, che nei fatti verrebbero ridisegnate su misura dei nuovi equilibri politici. La Terza Repubblica nascerebbe sul serio, ma non in Parlamento, quanto nei consigli di amministrazione di pezzi dell’industria nazionale.

Leghisti e grillini entrerebbero nei cda

Il Tesoro nominerà a breve 350 propri rappresentanti in decine di aziende private a partecipazione statale. Parliamo di colossi come ENI, Enel, Cassa depositi e prestiti, Poste Italiane, ma anche Rai e MPS. Dunque, chi s’insedierà all’Economia controllerà indirettamente il vero potere tricolore, piazzando uomini a sé vicini e con implicazioni nette per il futuro dell’industria e della finanza nel nostro Paese. Quasi certamente, un governo M5S-Lega cambierebbe i vertici di MPS, banca controllata dal Tesoro ormai con oltre il 68% del capitale. Sarebbe la fine di un “sistema” Siena, che vede il PD ancora controllare una fetta dell’economia del territorio, grazie all’impatto che la banca ha sul tessuto socio-economico toscano e non solo. E vi immaginate cosa accadrebbe da qui a pochi mesi con la nomina dei nuovi dirigenti a Viale Mazzini? Fuori giornalisti e direttori vicini al Nazareno e dentro esponenti filo-leghisti e filo-grillini alla guida delle reti della TV pubblica, nonché dei TG. E già si parla di un probabile Ferruccio De Bortoli o persino di un Marco Travaglio per il TG1 e di una Milena Gabanelli in corsa per il TG2. Un incubo per PD e Forza Italia, partiti espressione della Seconda Repubblica.

Ma il Tesoro non avrà solo l’importante compito di sfornare centinaia di nomine da qui a un anno al massimo. In gioco vi sono diversi dossier potenzialmente esplosivi per la politica. Il primo riguarda TIM. Il governo uscente sta giocando in sintonia con il fondo americano Elliott Management per spodestare la francese Vivendi dal controllo della compagnia e per separare successivamente la rete, rinazionalizzandola di fatto attraverso un’operazione finanziaria, che passerebbe dalla fusione con Open Fiber, società controllata da Enel e Cdp, ovvero due partecipate statali. M5S e Lega appoggiano tale progetto, per cui un loro governo non dovrebbe discostarsi dalla linea attuale sul dossier già aperto e che sta vedendo l’ingresso della Cdp nel capitale di TIM.

Un altro sarebbe, invece, il vero banco di prova della inedita alleanza: Mediaset. Governo Gentiloni, Antitrust e Agcom sono scesi in campo nei mesi scorsi per difendere Fininvest dalla scalata ostile della Vivendi di Vincent Bolloré. Per preservare l’italianità del sistema radio-televisivo italiano, persino i grillini, pur acerrimi nemici di Berlusconi, si mostrerebbero contrari a una francesizzazione di Cologno Monzese. Tuttavia, un esecutivo da loro guidato e un Tesoro in mano ai leghisti porrebbe Silvio Berlusconi in una condizione di soggezione psicologica, sarebbe un leader costantemente ricattato e ricattabile dai due partiti al governo, perché basterebbe un cambio di indirizzo per scatenare la potenza di fuoco di Parigi e costringere Fininvest a controbattere per non perdere il controllo del colosso mediatico, operazione che costerebbe tanto denaro nel caso dovesse rendersi necessario il rilancio con una controfferta.

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I contraccolpi in politica estera

E sempre il Tesoro dovrà gestire dossier scottanti come Alitalia e Ilva. Il primo è molto complicato. Formalmente, il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, ha seguito il commissariamento con l’obiettivo di rivendere la compagnia aerea a un operatore privato quanto prima. Sottotraccia, però, starebbe trattando da mesi per rifilarne gli asset alla Cdp, ovvero per tornare alla nazionalizzazione. Sarebbero di questo secondo avviso grillini e leghisti, ma resta da vedere in quali forme e se davvero se la sentano di annunciare agli italiani, che già avrebbero speso fino a 7 miliardi per tenere in vita un’entità decotta da anni, che dovranno sborsare nuovi quattrini per tentare il terzo salvataggio in appena un decennio.

E che dire di Fincantieri? La società di cantieristica ha chiuso la querelle con il governo francese, ottenendo un controllo condizionato di Stx per diversi anni, soluzione di ripiego, considerando che l’italiana avesse ottenuto regolarmente il controllo del capitale della società in mani sudcoreane a inizio 2017. Che i leghisti al Tesoro rimettano tutto in discussione anche in funzione dello scontro politico con l'”europeista” Emmanuel Macron?

Infine, le sanzioni alla Russia. Per essere rinnovate, la UE deve votarle all’unanimità. Nonostante i distinguo, Roma si è sempre adeguata alla linea ufficiale di Bruxelles per non spaccare l’Alleanza Atlantica contro Mosca. Salvini, tuttavia, non ha nascosto mai la sua ammirazione per il leader russo Vladimir Putin e nel caso ne avesse il potere, farebbe di tutto per non avallare la reiterazione delle sanzioni europee. Se è pur vero che persino la Germania starebbe meditando di porvi fine per ragioni di realismo economico, la posizione di un eventuale governo M5S-Lega in tal senso avrebbe tutt’altro sapore e verrebbe letta da Washington come un “tradimento” della storica amicizia italo-americana e uno spostamento della nostra politica estera in direzione russofila.

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Argomenti: Economia Italia, Politica, Politica italiana