Perché Tria da ragionier Filini del governo Conte cerca proprio ora la rivincita su Di Maio

Il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, si sente rafforzato dopo mesi ad essere stato relegato in posizione secondaria nel governo. Ecco perché e cosa significa questo cambio di passo al Tesoro.

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Il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, si sente rafforzato dopo mesi ad essere stato relegato in posizione secondaria nel governo. Ecco perché e cosa significa questo cambio di passo al Tesoro.

In autunno, se non fosse stato per il presidente Sergio Mattarella, avrebbe fatto le valigie dal Tesoro, dimettendosi in polemica con la maggioranza “giallo-verde” che sostiene il governo Conte sulla legge di Stabilità, che è stato costretto a firmare senza condividerne sostanzialmente i contenuti e, soprattutto, le cifre. Gonfiate quelle su crescita e inflazione attesi per il 2019, sottostimate probabilmente sul deficit. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, è stato oggetto più volte di umiliazione pubblica, come quando alla Commissione Bilancio della Camera gli fu spento il microfono dal presidente Claudio Borghi, mentre battibeccava con l’esponente di Forza Italia, Renato Brunetta, proprio sulla manovra da poco varata e che sarebbe stata inizialmente bocciata dalla UE per essere approvata dopo due mesi e mezzo di duro braccio di ferro e spread alle stelle.

Alitalia e la ‘soluzione di mercato’ con lo stato azionista al 60%

Negli ultimi giorni, colui che è stato schernito dalla satira come il “ragionier Filini” del governo Conte, vuoi per la somiglianza fisica con il personaggio della saga fantozziana, vuoi anche per il ruolo quasi servile a cui è stato costretto in questi primi mesi in via XX Settembre, sembra avere iniziato ad alzare la testa. Mentre il ministro dello Sviluppo e leader pentastellato, Luigi Di Maio, parlava apertamente di rinazionalizzare Alitalia, notando come la quota in mano al Tesoro, sommata a quella delle Fs, potrebbe portarsi a oltre il 50%, di fatto riconducendo il controllo della compagnia aerea in capo allo stato a 10 anni dalla privatizzazione, dai banchi del governo in Parlamento, Tria escludeva proprio tale scenario, auspicando una “soluzione di mercato”.

E l’altro ieri, ospite di “Quarta Repubblica”, la trasmissione condotta da Nicola Porro su Rete 4, ha attaccato durazione la posizione dei grillini sulla TAV, sostenendo che nessuno verrebbe ad investire in una nazione, in cui i patti internazionali non si rispettino quando cambiano i governi.

Sberle, che Di Maio non ha incassato passivamente, se è vero che sarebbe stato a un passo dal pubblicare un post social, in cui avrebbe chiesto le dimissioni del collega. Si sarebbe fermato solo su invito alla calma da parte dei suoi collaboratori, oltre che – immaginiamo – del premier Giuseppe Conte.

Tria approfitta della debolezza di Di Maio

L’agenzia di rating Fitch ha temporaneamente graziato i nostri titoli del debito pubblico, evitando di declassarli ulteriormente e mantenendo un giudizio “BBB” con outlook stabile. La Commissione europea, però, oggi ha rinnovato le critiche all’ultima manovra dell’Italia, sostenendo che aggraverebbe gli “squilibri macroeconomici eccessivi” e smantellerebbe parzialmente le riforme realizzate negli anni precedenti, rendendo il nostro Paese, insieme a Grecia e Cipro un “rischio sistemico” per il resto dell’Eurozona. Tria ha escluso ad oggi sia la necessità di una manovra correttiva dei conti pubblici, sia l’ipotesi di far scattare parzialmente le clausole di salvaguardia da 23,5 miliardi, che dall’anno prossimo farebbero esplodere le aliquote IVA.

Tuttavia, sa che la sua residua credibilità dovrà essere impiegata con il Def di aprile. Se anche in quell’occasione dovesse essergli impedito di lavorare in autonomia, non avrebbe che da dimettersi. E sarebbe un cattivo segnale per i mercati finanziari, che percepirebbero nel suo addio la volontà di Movimento 5 Stelle e Lega di continuare ad allentare la politica fiscale, quando già il deficit per quest’anno rischia di salire oltre il 2% fissato in seconda battuta, a causa della stagnazione attesa per la nostra economia. Dunque, in vista proprio della redazione del documento triennale di finanza pubblica, Tria deve ritrovare la forza perduta, anzi mai avuta nell’esecutivo sin dal suo insediamento. Sì, ma perché ora?

Con la doppia sconfitta dei grillini in Abruzzo e Sardegna e il crollo nei sondaggi, mai come adesso Di Maio appare debole.

Matteo Salvini, grande vincitore di tutte le tornate amministrative sin dalle scorse elezioni politiche e dato con il vento in poppa secondo tutti i sondaggi, avrebbe ribaltato i rapporti di forza dentro la maggioranza, anche se insiste che nulla cambierà, che non reclamerà un solo ministro o sottosegretario in più e che resta fedele al contratto di governo per i prossimi 4 anni. Vero, ma non verissimo. Il leader leghista è consapevole che dovrà capitalizzare dal forte consenso popolare di cui gode e dovrà metterlo a frutto in due tempi: passando all’incasso sul piano delle leggi approvate e trasformandolo in seggi, europei prima e con ogni probabilità al Parlamento italiano subito dopo.

Il Movimento 5 Stelle crolla anche in Sardegna e il centro-destra dilaga, avviso per Salvini 

Tria alla prova del Def

Ciò deporrebbe a favore di Tria, che tra i due vice-premier è più vicino a Salvini per cultura politica, essendo stato nominato ministro nella primavera scorsa come “tecnico”, ma nei fatti in quota centro-destra. La Lega ha tutta la convenienza a salvaguardarlo, perché dietro alla sua persona potrà schermarsi anche per i prossimi mesi. Egli si assumerebbe la responsabilità di eventuali provvedimenti impopolari, come lo sfoltimento delle agevolazioni fiscali, ma allo stesso tempo renderebbe possibile far pendere l’ago della bilancia verso il Carroccio, rifuggendo dalla linea assistenzialista e fiscalmente espansiva di questi primi mesi di governo e propinata proprio dai 5 Stelle. Ovviamente, Tria acquisirà forza fintanto quando Salvini lo vorrà e consentirà. E un Def all’insegna delle riforme economiche sarebbe il presupposto indispensabile per evitare che la UE ci vada pesante sulla manovra correttiva che verrà chiesta all’Italia in tarda primavera.

Solo se il governo si mostrerà capace di varare riforme di medio termine che stimolino la crescita e risanino le finanze pubbliche, il giudizio finale di Bruxelles sarà meno severo. Ciò consentirebbe alla Lega di beneficiare di un clima meno teso con le istituzioni comunitarie, quando il suo leader cercherà di pesare all’Europarlamento dopo le elezioni europee e per l’anno prossimo – chissà se sempre con questo governo – vorrà finalmente apporre la sua impronta sulla manovra finanziaria, dando reale attuazione al taglio delle tasse promesso e spostando risorse dalla spesa corrente agli investimenti pubblici.

Tuttavia, Di Maio non potrà nemmeno accettare di essere annullato sull’azione di governo, avendo al contrario la necessità di mostrarsi più incisivo dinnanzi al proprio elettorato, altrimenti la crisi dei consensi non farebbe che peggiorare per i 5 Stelle. Tra i due vice-premier assisteremo a una “proxy war”, come quella che Arabia Saudita e Iran si fanno da anni in Medioriente in territori terzi, come lo Yemen. Tria sarebbe lo Yemen della situazione. Sperando che non faccia la fine del martoriato stato asiatico.

Perché Italia e Commissione UE rischiano di tornare ai ferri corti sul deficit 

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