Lavoratori UE qualificati sono antidoto alla diseguaglianza dei redditi UK

La Brexit rischia di non essere la risposta giusta alla percezione diffusa di diseguaglianza sociale crescente. Vi dimostriamo come accadrebbe con la fuga dei lavoratori europei.

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La Brexit rischia di non essere la risposta giusta alla percezione diffusa di diseguaglianza sociale crescente. Vi dimostriamo come accadrebbe con la fuga dei lavoratori europei.

Se la Brexit è stata la risposta dei britannici alla percepita crescente diseguaglianza sociale nel Regno Unito e se il premier Theresa May intende fare dell’uscita dalla UE un caso di successo, massima attenzione dovrebbe essere posta al problema dei diritti dei lavoratori europei, quei 3 milioni di persone con cittadinanza di uno degli stati comunitari, parte dei quali rischia di dovere lasciare il paese. La scorsa settimana, la May ha offerto un piano a Bruxelles, che rappresenta sul punto un pieno passo in avanti nella direzione auspicata dalla Commissione, nonostante il suo presidente Jean-Claude Juncker lo abbia definito insufficiente.

Una volta che Londra avrà divorziato dal resto della UE, i cittadini comunitari ivi residenti da almeno 5 anni (compresi quelli necessari per il negoziato) potrebbero rimanere e godendo degli stessi diritti dei cittadini britannici, come l’accesso alle cure mediche pubbliche e all’assistenza sociale. Insomma, il peggio potrebbe non accadere, ma non è detto che bastino le buone intenzioni a evitare che accada. (Leggi anche: Brexit, lezione incompresa del referendum)

Lavoratori europei in fuga da Londra?

Secondo i risultati di una ricerca Deloitte, quasi la metà dei lavoratori europei molto qualificati (“high skilled”) e residenti nel Regno Unito avrebbe intenzione di lasciare il paese da qui ai prossimi 5 anni. Nel dettaglio, il 15% lo farebbe entro l’anno, il 22% entro i prossimi 3 anni e il 10% entro il quinquennio. La somma fa 47%, di gran lunga superiore al 27% riscontrato tra i lavoratori europei poco qualificati (“low skilled”), segno che ad essere maggiormente preoccupati per la Brexit sarebbero i primi.

Alla domanda su quale paese sceglierebbero al posto del Regno Unito per lavorare dopo la Brexit, quanti hanno risposto che prenderebbero in considerazione di fare le valigie tra gli europei hanno segnalato per il 14% la Spagna, l’11% gli USA, il 10% l’Australia e l’8% il Canada.

Chiaramente, non stiamo immaginando che realisticamente la metà o quasi dei lavoratori con cittadinanza in uno degli stati UE davvero lascerà Londra per andare a lavorare altrove, ma certo che l’esito della ricerca non dovrebbe lasciare tranquilla Downing Street.

Aldilà del fatto che centinaia di migliaia di lavoratori stranieri in fuga con competenze medio-alte implicherebbero possibili contraccolpi all’economia UK, come la perdita dello status di hub finanziario per un paese che esporta sostanzialmente finanza nel resto del mondo, il problema a cui il governo britannico sarebbe chiamato a far fronte negli anni sarebbe proprio quello che con la Brexit ha promesso di combattere: la diseguaglianza sociale. (Leggi anche: Brexit, negoziato inizia e Theresa May è già un’anatra zoppa)

Diseguaglianza sociale nell’era della globalizzazione

Spieghiamo un concetto semplice, per quanto in sé non necessariamente suffragato da riscontri pratici: la globalizzazione dovrebbe provocare un aumento delle diseguaglianze sociali nelle economie avanzate e una loro riduzione in quelle emergenti e povere. Perché? Le prime sono concentrate nella produzione di beni e servizi ad alta intensità di conoscenze, per cui negli scambi commerciali tenderebbero a esportare merci e servizi prodotti da lavoratori altamente qualificati, contrariamente alle economie più arretrate, che godrebbero di un vantaggio competitivo nelle esportazioni di beni e servizi di bassa qualità.

L’effetto di questo scenario in corso sarebbe il seguente: nelle economie avanzate a vincere sono le retribuzioni dei lavoratori più qualificati, già in sé più alte ai nastri di partenza; in quelle emergenti ne beneficiano i lavoratori poco qualificati, quelli con potere di acquisto iniziale minore. Pertanto, nelle prime la forbice salariale si allarga a vantaggio dei lavoratori qualificati, nelle seconde si restringe, premiando i lavoratori non specializzati. Esemplificazione massima, è chiaro, ma che rende l’idea di cosa starebbe accadendo con l’apertura dei mercati.

(Leggi anche: Fame nel mondo mai così bassa, globalizzazione funziona)

Brexit e diseguaglianza sociale

Nel Regno Unito, una delle principali economie avanzate, oggi la densità retributiva maggiore (9,2%) si trova nei pressi di 7,34 sterline all’ora, quando nel 1997 si attestava a livelli di poco inferiore a 4 sterline (6%). La crescita, tuttavia, si è accompagnata a una difformità tra sessi, regione e categoria professionale di appartenenza. Prendiamo un salario orario di 7,36 sterline l’ora: esso viene percepito dal 21,2% dei lavoratori poco qualificati e solamente dallo 0,5% da quelli molto qualificati. Un salario orario di 20 sterline, al contrario, lo percepisce solo lo 0,1% dei primi e ben l’1,8% dei secondi. A 25 sterline, i primi non figurano nemmeno, i secondi sì con l’1,3%.

Queste cifre, fornite dall’Office for National Budget, spiegano come siano distribuiti i salari ai vari livelli tra i vari gruppi di lavoratori, sulla base delle competenze possedute. Ora, immaginiamo che centinaia di migliaia di lavoratori UE vadano via dal Regno Unito. L’offerta di lavoro, per il sondaggio sopra esposto, si ridurrebbe in misura più che proporzionale tra i lavoratori qualificati, con la conseguenza che i salari di quelli rimasti tra questo gruppo tenderebbero ad aumentare di più di quelli dei lavoratori poco qualificati, già oggi più bassi. (Leggi anche: Lavoratori qualificati: su quali professioni puntare?)

In sostanza, dalla Brexit non arriverebbe una risposta alla disuguaglianza sociale percepita, ma una sua accentuazione. Certo, è pur vero che l’evento potrebbe ridurre contestualmente la domanda di lavoratori qualificati per la fuga temuta della finanza da Londra, cosa che ridurrebbe anche i valori immobiliari nella capitale britannica, avvicinandoli alla media nazionale e accorciando le distanze anche di reddito con il resto del paese. Se ciò non accadrà o se accadrà in misura marginale, il rischio per la May è di consegnare al successore un’economia più diseguale, in cui chi guadagna oggi tanto, domani guadagnerà ancora di più, mentre chi guadagna poco, non vedrà migliorare le proprie condizioni.

Se uno degli obiettivi del premier è di contrastare le diseguaglianze, dovrebbe evitare la fuga di cervelli europei, il che contrasta con un altro obiettivo del governo, ovvero di irrigidire le politiche sull’immigrazione.

 

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