Perché i tassi potrebbero restare bassi a lungo: i segnali da petrolio e oro

Le aspettative d'inflazione arretrano, man mano che il costo del petrolio si abbassa. Inevitabili le conseguenze sulle politiche monetarie delle principali banche centrali. E anche dall'oro arrivano segnali in tal senso.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le aspettative d'inflazione arretrano, man mano che il costo del petrolio si abbassa. Inevitabili le conseguenze sulle politiche monetarie delle principali banche centrali. E anche dall'oro arrivano segnali in tal senso.

Petrolio ai minimi da metà novembre, sceso ormai poco sopra i 45 dollari per il Brent e sui 43 dollari per il greggio estratto negli USA (Wti). In un mese, il crollo delle quotazioni è stato del 15% e formalmente il mercato petrolifero è entrato in una fase “bearish” o “dell’orso”. Le implicazioni sulla politica monetaria saranno ovvie, visto il legame tra petrolio e inflazione, specie nelle economie importatrici. Le banche centrali non potranno non tenere conto del tonfo delle quotazioni energetiche, le quali impatterebbero sulle aspettative d’inflazione, come ben dimostra il grafico di cui sopra. (Leggi anche: Petrolio, tonfo dei prezzi a 45 dollari)

Captare le aspettative d’inflazione è un processo complesso, che nel medio termine può essere monitorato attraverso il confronto tra i rendimenti dei titoli di stato a 5 anni con cedola fissa e quelli dei bond sovrani di pari durata, ma con cedola legata all’inflazione. Per intenderci, se l’incontro tra domanda e offerta sul mercato esita un rendimento fisso quinquennale del 2%, mentre per i titoli indicizzati all’inflazione si ha uno 0,5%, ciò significa che il mercato valuta equivalenti i due bond con rendimenti l’uno al 2% e l’altro allo 0,5%, evidentemente scontando un tasso d’inflazione medio nel quinquennio dell’1,5% (2% – 0,5%). Il differenziale tra i due rendimenti si definisce anche di “break-even”, in quanto bilancia i due mercati.

Si raffreddano le aspettative d’inflazione

Negli USA, un anno fa si aveva un rendimento di “break-even” all’1,40%, mentre a ieri risultava salito all’1,56%. In pratica, le aspettative d’inflazione negli USA si sono surriscaldate in un anno di meno dello 0,2%. In realtà, fino agli inizi del 2017 e sin dalla fine dell’estate del 2016 si era registrata una tendenza crescente, che raggiunse l’apice tra gennaio e marzo. Dopodiché, tra riposizionamento dei mercati sull’America di Donald Trump e ripiegamento delle quotazioni del petrolio, è seguito il calo.

Se il mercato si aspetta un’inflazione più bassa di qualche mese fa nella prima economia del mondo, la Federal Reserve difficilmente potrà presto replicare con una nuova stretta monetaria, rischiando altrimenti di raffreddare ulteriormente le aspettative sulla crescita dei prezzi e finendo per colpire proprio questi ultimi. In altre parole, stiamo segnalando come il mini-barile si tradurrebbe in un raffreddamento delle aspettative d’inflazione, le quali a loro volta spingerebbero le banche centrali a mostrarsi più accomodanti o meno restrittive. (Leggi anche: Draghi si muove con cautela sugli stimoli, resta il caso inflazione)

Rapporto tra petrolio e inflazione

D’altra parte, monitorando l’oro si ottiene un risultato apparentemente contrastante con quanto abbiamo sinora affermato. Le quotazioni del metallo sono aumentate dell’8% quest’anno, attestandosi intorno ai 1.245 dollari l’oncia. Se è vero che l’asset funge da riparo contro il rialzo dei prezzi, allora non si spiegherebbe come mai sia rincarato negli ultimi mesi. In realtà, l’oro è anche impiegato a scopo industriale (per una percentuale molto bassa), per la gioielleria e come investimento contro i rischi di natura finanziaria e geo-politica, oltre che l’inflazione.

Che cosa ci dice l’oro sull’inflazione

Su base annua, il metallo perde il 5,5%. Il rialzo degli ultimi mesi segue il crollo dopo le elezioni presidenziali USA, quando i mercati hanno iniziato a scontare le politiche pro-crescita promesse da Trump, le quali accelererebbero l’aumento dei prezzi, ma anche il rialzo dei tassi da parte della Fed. Dunque, al netto di ogni altra considerazione, la risalita di quest’anno dell’oro non ha a che vedere molto con le più alte aspettative d’inflazione, quanto con la previsione di tassi USA meno alti nel breve termine, conseguenza proprio di un’inflazione stimata bassa ancora a lungo. Al mercato interessano i livelli reali dei tassi, attesi più alti di quelli odierni tra la fine del 2016 e l’inizio di quest’anno. (Leggi anche: Prezzi oro, ecco perché non si stanno scaldando)

Una curiosità: rapportando il prezzo dell’oro a quello di un barile di petrolio, scopriamo che negli ultimi 5 anni sono serviti mediamente 16,8 barili per acquistare un’oncia. Al momento, il rapporto è di 27 mentre a inizio anno era di 20,3. In pratica, rispetto alla media dell’ultimo lustro e anche ai livelli di inizio 2017, l’oro tenderebbe a mostrarsi relativamente più caro, ovvero potrebbe esservi spazio per un arretramento delle sue quotazioni, se non risalissero quelle del greggio. Ma trattasi (forse) di un esercizio di puro diletto.

 

 

 

 

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Argomenti: Altre economie, Crisi materie prime, Economia Europa, Economia USA, Economie Asia, Inflazione, Oro, Petrolio, quotazioni petrolio

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